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di stefano (25/12/2008 - 11:55)

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Una lettera di un ministro può bloccare una sentenza?

di stefano (18/12/2008 - 12:01)

Le chiamano circolari, delibere, determine, direttive, disposizioni, atti di indirizzo. Sono i documenti solitamente utilizzati per declinare nella realtà specifica quelle leggi che per loro natura sono troppo generali e richiedono una specifica applicazione, o per quelle altre che disgraziatamente danno adito ad interpretazioni diverse.

Nel caso di Eluana però, non sussiste nessuno dei due presupposti: in questo caso infatti esiste una sentenza chiara, specifica, con carattere esecutivo. E allora, perché questa iniziativa che costituisce una vera minaccia di "conseguenze per chi interviene"? Il ministro vuole esercitare il suo potere di veto sui medici, già a mio avviso sufficientemente messi alla prova, o sui giudici che hanno emesso una sentenza che rischia di non essere applicabile?

A meno che non sia un’azione volta a cementare il sostegno del Vaticano e di un certo elettorato politico che già riconosce “il paradiso” in questo governo.

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Riforma della giustizia o riforma dei giudici?

di stefano (11/12/2008 - 16:58)

L'editoriale di Ezio Mauro ci propone una riflessione seria su un argomento grave che non può essere liquidato con superficialità.

Il potere unico

di EZIO MAURO

SIAMO dunque giunti al punto. Ieri Berlusconi ha annunciato l'intenzione di cambiare la Costituzione, a colpi di maggioranza, per "riformare" la giustizia. Poiché per la semplice separazione delle carriere non è necessario toccare la carta costituzionale, diventa chiaro che l'obiettivo del premier è più ambizioso.

O la modifica del principio previsto in Costituzione dell'obbligatorietà dell'azione penale, o la creazione di due Csm separati, uno per i magistrati giudicanti e uno per i pubblici ministeri, creando così un ordine autonomo che ha in mano la potestà della pubblica accusa, il comando della polizia giudiziaria e il potere di autocontrollo: e che sarà guidato nella sua iniziativa penale selettiva dai "consigli" e dagli indirizzi del governo o della maggioranza parlamentare, cioè sarà di fatto uno strumento della politica dominante.

Viene così a compiersi un disegno che non è solo di potere, ma è in qualche modo di sistema, e a cui fin dall'origine il berlusconismo trasformato in politica tendeva per sua stessa natura. Il passaggio, per dirlo in una formula chiara, da una meccanica istituzionale con poteri divisi ad un aggregato post-costituzionale che prefigura un potere sempre più unico. Un potere incarnato da un uomo che già ha sciolto se stesso dalla regola secondo cui la legge era uguale per tutti con il lodo Alfano, vero primo atto della riforma della giustizia, digerito passivamente dall'Italia con il plauso compiacente della stampa "liberale" ormai acquisita al pensiero unico e alla logica del più forte.

Oggi quel prologo vede il suo sviluppo logico e conseguente. Ovviamente la Costituzione si può cambiare, come la stessa carta fondamentale prevede. Ma cambiarla a maggioranza, annunciando questa intenzione come un trofeo anticipato di guerra, significa puntare sulla divisione del Paese, mentre il Capo dello Stato, il presidente della Camera e persino questo presidente del Senato ancora ieri invitavano al dialogo per riformare la giustizia. Con ogni evidenza, a Berlusconi non interessa riformare la giustizia. Gli preme invece riformare i giudici, come ha cercato di fare dall'inizio della sua avventura politica, e come può fare più agevolmente oggi che l'establishment vola compatto insieme con lui, due procure danno spettacolo indecoroso, il Pd si lascia incredibilmente affibbiare la titolarità di una "questione morale" da chi ha svillaneggiato la morale repubblicana e costituzionale, con la tessera della P2 ancora in tasca.

Tutto ciò consente oggi a Berlusconi qualcosa di più, che va oltre il regolamento personale dei conti con la magistratura. È l'attacco ad un potere di controllo - il controllo della legalità - che la Costituzione ha finora garantito alla magistratura, disegnandola nella sua architettura istituzionale come un ordine autonomo e indipendente, soggetto solo alla legge, dunque sottratto ad ogni rapporto di dipendenza da soggetti esterni, in particolare la politica. Il governo che lascia formalmente intatta l'obbligatorietà dell'azione penale, ma interviene sul suo "funzionamento" - come ha annunciato ieri il Guardasigilli Alfano - attraverso criteri suoi di "selezione" dei reati e "canoni di priorità" nell'esercizio dell'accusa, attacca proprio questa garanzia e questa autonomia, subordinando di fatto a sé i pubblici ministeri.

Siamo quindi davanti non a una riforma, ma a una modifica nell'equilibrio dei poteri, che va ancora una volta nella direzione di sovraordinare il potere politico supremo dell'eletto dal popolo, facendo infine prevalere la legittimità dell'investitura del moderno Sovrano alla legalità. Eppure, è il caso di ricordarlo, la funzione giurisdizionale è esercitata "in nome del popolo" perché nel nostro ordinamento è il popolo l'organo sovrano, non il capo del governo. Altrimenti, si torna allo Statuto, secondo cui "la giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome". Questa e non altra è la posta in gioco. Vale la pena discuterla davanti al Paese, spiegando la strategia della destra di ridisegnare il potere repubblicano dopo averlo conquistato. Ma la sinistra sembra prigioniera di una di quelle palle di vetro natalizie con la finta neve che cade, cercando di aprire (invano) la porta della Rai, come se lì si giocasse la partita. Fuori invece c'è il Paese reale, con il problema concreto di una crisi che ridisegna il mondo. A questo Paese abbandonato, Berlusconi propone oggi di fatto di costituzionalizzare la sua anomalia, sanandola infine dopo un quindicennio: e restandone così deformato. 

 (11 dicembre 2008)

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20-20-20 contro 55

di stefano (09/12/2008 - 15:41)

Mentre a Bruxelles si discuterà della riduzione di gas serra del 20% entro il 2020, del 20% di energie rinnovabili entro la stessa data e del miglioramento del 20% dell'efficienza energetica (da qui la definizione di obiettivi 20-20-20), in Italia viene annullato il bonus fiscale del 55 per cento a sostegno dei lavori finalizzati al risparmio energetico. Di seguito un commento tratto da

la Repubblica.it

Clima, Barroso avverte l'Italia:
"Obiettivi non sono negoziabili"

BRUXELLES - Gli obiettivi del pacchetto clima dell'Unione europea, il cosiddetto 20-20-20, "non sono negoziabili". Lo ha indicato il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, il quale ha spiegato che è comunque necessario garantire "un'equa distribuzione" dei costi del pacchetto con una "flessibilità" a fronte di "preoccupazioni giustificate".

Barroso ha ricordato che, tra l'altro, non sarebbe giusto per l'Unione Europea "annacquare" le ambizioni del suo pacchetto sul clima, ora che gli Stati Uniti, con il presidente eletto Barack Obama, si stanno avvicinando alle posizioni Ue. Secondo il presidente della Commissione Ue sarebbe un errore mandare agli Usa il messaggio che l'Unione europea abbassa le sue aspettative sul clima. "Questo è un test della credibilità per l'Ue", ha sottolineato Barroso.

Il pacchetto clima-energia dell'Unione Europea, che verrà discusso a Bruxelles giovedì e venerdì, ha tre obiettivi: la riduzione di gas serra del 20% entro il 2020, il 20% di energie rinnovabili entro la stessa data e infine il miglioramento del 20% dell'efficienza energetica (da qui la definizione di obiettivi 20-20-20).

Il summit Ue che si apre dopodomani a Bruxelles dovrà prendere "decisioni storiche", se non vi fosse un accordo sarebbe una sconfitta per tutti e 27 gli stati membri, ha aggiunto Barroso, ricordando che "Si tratta di uno dei summit più importanti degli ultimi anni".

Il presidente della Commissione si è felicitato per l'accordo tra le tre istituzioni Ue (Consiglio, Parlamento Europeo e Commissione) sulle energie rinnovabili. L'accordo raggiunto accoglie la richiesta italiana di una clausola di revisione nel 2014 per l'obiettivo di arrivare a un 20% di rinnovabil nel mix energetico entro il 2020.

Rimangono altri nodi importanti, come ha sottolineato il presidente francese Nicolas Sarkozy, che pure si è dichiarato fiducioso: "La questione della solidarietà, la durata e l'ampiezza delle deroghe limitate da accordare ai produttori di elettricità di certi Stati membri ed eventuali questioni che restano da risolvere per il trattamento dei rischi di fuga di carbone".

(9 dicembre 2008)

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Regolamentare?!... e che significa?

di stefano (03/12/2008 - 15:08)

zambardino

“Regolamentare” la rete è una pessima idea

Detta come l’ha detta - “Per quanto riguarda internet manca una regolamentazione, porteremo le nostre proposte in sede internazionale” - significa poco. Non solo perché l’affermazione sarà regolarmente smentita, dovesse essercene la necessità, ma perché è una di quelle frasi generiche che possono esser trinciate da ogni incompetente al bar o in un talk show.

Le forme di controllo già esistenti  - Ma non è verosimile che il Presidente del consiglio abbia parlato a caso, i segni non mancano. Quindi crediamogli: quando sarà al G8 porterà in quelle sedi le sue proposte per “la regolamentazione di internet”.

Non è che nel mondo abbiano aspettato lui. A livello internazionale le polizie e le agenzie di sicurezza si coordinano da anni su questioni relative al terrorismo ed altri reati gravissimi, come il commercio di essere umani in ogni forma. Su questi punti nessuno obietta, figuriamoci: almeno fino a quando l’idea di guardare dentro gli scambi criminali non tracimi dentro l’intercettazione di massa. E’ la critica dura fatta dai gruppi “liberal” all’amministrazione Bush dopo l’11 settembre e il varo del Patriot Act.

Altre forme di “regolamentazione” - come il filtro dei siti, controlli dei contenuti ecc ecc - vengono attribuiti, come se ne avesse l’esclusiva, al governo cinese. Che invece rappresenta solo la “best practice” del settore, come direbbero i manager del Presidente, ma la censura attiva è modello praticato su larga scala e spesso in silenzio.

Peraltro anche nel nostro paese, dove esiste una attività di blocco di siti “all’ingresso” sulla rete italiana.  Di quell’elenco poco si sa e soprattutto niente si dice da parte di coloro che lo gestiscono sui criteri con i quali vengono scelti i siti da bloccare.

Se c’è un progetto, riguarda tutti noi … - In passato l’attuale ministro Frattini, quando era commissario europeo,  ha fatto dichiarazioni temibili nelle quali si augurava regole e controlli che era difficile differenziare dalla “best pratice” cinese. Forse Frattini ha portato nel governo italiano orientamenti ed elaborazioni giuridiche sulle quali ha lavorato a livello europeo. Non ci sarebbe nulla di strano, anche se molto di discutibile. Bene, se ci sono progetti in questo senso, in un paese democratico, andrebbero dichiarati, discussi, analizzati.

Non è in gioco solo la privacy (e già basterebbe), qui si parla di libertà di espressione. E in entrambi i casi non è roba privata del governo. Chissà, forse i relativi garanti - privacy e comunicazioni - potrebbero rivolgere in merito delle domande all’esecutivo. Sarebbero nel pieno esercizio della loro funzione.

O è questione di diritto d’autore? - Ma c’è un secondo punto sul quale l’imprenditore Berlusconi è assai sensibile. Di recente Mediaset ha annunciato una sua analisi (con successiva minacciata vertenza in sede legale) dei contenuti di YouTube. Avevano quantificato in milioni di euro, molti milioni, il danno ricevuto dal fatto che la gente prende piccoli pezzi di programmi tv e li rilancia sulle piattaforme di social networking (come YouTube o Facebook o MySpace), per gli scopi più diversi: per condividere un gol particolarmente bello della propria squadra, per dare più visibilità a una intervista che è piaciuta, per denunciare una posizione politica o per affermarne un’altra. “Snack television”, la chiamano quelli che parlano difficile, e si tratta di secondi di tv, a volte minuti, mai ore. Ma secondo le aziende del settore, non solo per Mediaset, in quell’attività c’è una violazione del diritto d’autore e un danno d’impresa, perché chi ha prodotto e/o acquistato quelle immagini ha speso dei soldi che non vengono retribuiti dalla diffusione su internet.

Quello è il deposito del sapere sociale - Si potrebbe argomentare che, una volta pubblicato un articolo di giornale, scritto un libro e trasmesso un programma tv, quelle parole e quelle immagini fanno parte di un sapere sociale di libero accesso, un pozzo comune dell’informazione dal quale è legittimo e sacrosanto attingere per citare (altra questione è la copia integrale, ma qui non si discute di questo, e anche lì…).

Senza questa idea, che la sfera dei media è un universo sociale di simboli e parole cui tutti possono accedere  liberamente, non ci sarebbe la rete e non esisterebbe la società contemporanea che vive di pratiche che non sono l’hobby di pochi impallinati, ma la quotidiana attività di centinaia di milioni di persone al mondo e un valore fondante dell’esperienza culturale di ogni giovane di questi anni.

Certo per chi intraprende  per profitto nella tv o nelle telecomunicazioni risulta più attraente un mondo di servizi tutti “chiusi” e inaccessibile se non dietro ulteriore pagamento: come succede con i telefoni cellulari (pagamento per “pezzo” o a forfait, ma pagamento è).

Insomma su Internet dovunque si mettano le mani si maneggiano o i diritti della persona o il farsi del nostro futuro, la qualità della cultura di oggi e domani. Perfino George Bush ha preferito astenersi dal regolamentare alcunché, e dall’Unione europea, dichiarazioni di Frattini e in qualche caso della commissaria Reding a parte, non sono venute mosse avventate.

Difficile che voglia provarci Obama. Sarebbe meglio astenersi. Ma tutto questo è detto in teoria, perché, com’è noto, sono i giornalisti che hanno deformato il pensiero del Premier.

(3 dicembre 2008)

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