Se l'educazione costa troppo, provate l'ignoranza !!!
Da "Il Mattino" del 28-10-2008

Grazie, ministro Gelmini, ci ha fatto diventare tutti competenti di informatica
Segnalo questo articolo, pubblicato da Vittorio Zambardino su REPUBBICABLOG, perché mi sembra molto interessante: L’Onda dei blog che ha cambiato tutto
La partita è aperta
Il caos calmo della rabbia riformista
di EUGENIO SCALFARI
All'una si formano i due cortei, arrivano i pullman e i treni, scaricano e ripartono. Vengono dal Nord e dal Sud, bandiere e vessilli dei Comuni. Piazza Esedra è già gremita. All'una e mezzo la gente si mette in moto mentre ancora dalle stazioni arriva un fiume di persone.
Vado a vedere, finché ancora si può, il grande catino del Circo Massimo attrezzato per l'occasione, già pieno per metà, ma da quanto visto finora tutta quella vasta pianura erbosa non basterà a contenere il popolo dei cortei e quello dei romani che arrivano alla spicciolata. Riempiranno le vie adiacenti, il piazzale della Celimontana, l'Archeologia.
Alle tre del pomeriggio gli organizzatori sono già convinti che il milione sarà superato, ma si tengono prudenti per non sparare cifre troppo distanti da quelle che saranno date dalla questura. La mobilitazione della gente è comunque imponente per quantità e per passione, per rabbia e per voglia di stare insieme. Direi anche per orgoglio.
Il Circo Massimo è lambito dalle Terme di Caracalla e sovrastato dal Settizonio e dalle Case dei Cesari. "La Dea Roma qui dorme" scriveva il poeta delle Odi Barbare negli ultimi anni dell'Ottocento. Anche quelli erano anni di crisi, di scandali, di scontro vivace di opinioni e di moti di piazza. Le plebi, come allora erano chiamate, erano arrabbiate e il governo, come spesso capita, faceva sfoggio di un decisionismo che decideva soltanto di mostrare i denti e il bastone dei poliziotti. Qualche volta ci scappavano i morti e allora erano guai seri.
Venerdì le Borse hanno preso un'altra scoppola. Leggo sul giornale la cifra delle perdite, specie sulle piazze europee. Non sono tanto i timori sulla consistenza delle banche quanto la paura della recessione che sta dilagando.
Mentre torno a casa dove seguirò il discorso di Veltroni dalla televisione incrocio gli studenti che vengono dall'Università. A giudicare dai cartelli e dagli slogan sono i più arrabbiati di tutti. Umiliati e offesi.
Ma qui, stamattina, tutti quelli che ho incontrato in questo lungo giro per la città mostrano rabbia e orgoglio. Non ho visto differenze di condizione, di foggia, di atteggiamenti. M'è sembrata una massa di popolo che ha deciso di alzarsi in piedi e di muoversi. Rientrare sulla scena, confermare una baldanza, riprendere il posto che le spetta, non farsi abbindolare dai pifferai di qualunque estrazione.
Se fino a ieri c'era nel paese una maggioranza silenziosa che gonfiava le cifre dei sondaggi ogni volta che sentiva pronunciare la frase "tolleranza zero", direi che ora la situazione sta cambiando. I disagi e le paure della crisi mordono ormai la carne viva dei lavoratori, dell'enorme massa del ceto medio, dei vecchi pensionati e dei giovani studenti e precari.
La maggioranza silenziosa si sta sfarinando in una serie di minoranze parlanti e protestanti che hanno bisogno d'una guida capace di unificare i loro diversi interessi lesi in valori comuni. Non si fidano della politica ma, più o meno consapevolmente, chiedono uno sbocco politico che dia rappresentanza alla loro rabbia e la trasformi in concreta proposta.
Molti osservatori si chiedono se la rabbia di piazza sia compatibile col riformismo, ma la risposta viene dalle centinaia di migliaia che occupano le strade di questa giornata e dai milioni che solidarizzano con loro attraverso i teleschermi: la rabbia è la molla che innesca il meccanismo della proposta alternativa, dello sbocco politico e politicamente rappresenta la protesta popolare e la sua partecipazione.
* * *
La proposta economica anzitutto, perché è quella la ferita più crudele nel corpo della società: milioni di famiglie cadute in povertà e milioni di famiglie in pena perché stanno per caderci.
Governi e istituzioni internazionali si sono accorti soltanto ora che la crisi finanziaria e bancaria si sarebbe trasformata inevitabilmente in recessione. Cinque mesi di tempo prezioso sono stati perduti dietro a rimedi fallaci e a colpevoli depistaggi verso falsi obiettivi. Eppure le cause della crisi erano evidenti: una caduta della domanda e per conseguenza un crollo degli investimenti in tutto l'Occidente.
Per cinque mesi sono state perseguite in Europa con opaca testardaggine politiche restrittive mentre era chiaro che sarebbe stato necessario sostenere redditi e consumi e stimolare investimenti. Il taglio degli sprechi è diventato un taglio massiccio della spesa effettuato alla cieca, aprendo la porta alla deflazione.
Quando il prezzo del petrolio crolla in tre mesi da 147 a 65 dollari obbligando i paesi produttori a diminuire la produzione del 20 per cento; quando l'oro dai picchi raggiunti diventa improvvisamente invendibile; quando il valore degli immobili si dimezza mentre i listini delle Borse perdono in un mese il 40 per cento della loro consistenza capitalizzata; quando le assicurazioni e i fondi d'investimento non riescono a far fronte ai premi da pagare e ai riscatti da soddisfare; quando le navi-container restano ferme nei porti per mancanza di clienti e di merci da trasportare; quando la catastrofe dell'economia reale assume queste dimensioni, è chiaro che non siamo in presenza d'una perversa fatalità bensì di gravissimi errori umani commessi per superficialità e imperdonabile dilettantismo, disprezzo degli interessi delle persone e dei ceti sociali, idolatria del mercato ideologizzato, conformismo all'icona del "valore tutto e subito", al vitello d'oro del profitto purchessia.
Il nostro paese non è stato esente da siffatti errori, anzi se ne è fatto baldanzoso sostenitore. In questi ultimi cinque mesi che coincidono con i primi cinque mesi del governo Berlusconi-Tremonti, siamo stati i primi in questa classe di asini. Non i soli ma certo i più convinti e pertinaci, i più iattanti e autoreferenti. Hanno colpito alla cieca interessi e categorie prendendo di mira le opere più necessarie allo sviluppo e i ceti socialmente più deboli.
Emma Marcegaglia, in un soprassalto d'intelligenza suscitato dall'aggravarsi della situazione, interrogata sul disagio nelle scuole causato dalla riforma Gelmini, ha risposto: "Ma quale riforma? Non esiste una riforma, esiste soltanto un decreto di tagli di spesa".
Ha ragione il presidente di Confindustria che non è certo una bolscevica: un decreto di tagli sul tessuto più delicato che vi sia in una qualsiasi società. Riformare la scuola media e superiore, riformare l'Università dopo due o tre tentativi malfatti o non portati a termine è necessario ma la Gelmini non ha proposto alcuna riforma, ha soltanto recepito dal ministro dell'Economia un canestro di tagli che devasteranno la scuola elementare e media.
La risposta al disagio verrà data dalle questure? Noi speriamo che le questure siano più ragionevoli del ministro Gelmini e di chi la sostiene. Qualche segnale in questo senso si è avuto, ma certo la pressione del potere cresce, la tolleranza zero si fa valere. Questa volta non colpirà soltanto gli studenti ma le famiglie che partecipano con i loro figli a questo disastro politico.
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Il momento più emozionante avviene quando nel catino del Circo Massimo arriva la fiumana dei due cortei provenienti dal piazzale Ostiense e da piazza della Repubblica. Le postazioni televisive che seguono l'allegra marcia punteggiata da striscioni e bandiere segnalano che la coda di quel popolo in marcia è ancora ferma nelle due piazze di raccolta, il grosso si snoda come un serpentone gigantesco che sommando i due itinerari supera i quattro chilometri.
Gli organizzatori sono molto prudenti nel valutare la consistenza numerica di quella marea di folla in movimento ma ora azzardano una stima di due milioni. Alla fine arriveranno a due milioni e mezzo valutando non tanto la capienza del Circo Massimo e delle alture che gli stanno intorno quanto le strade adiacenti interamente occupate. Chi segue le dirette televisive ed ha sotto gli occhi la visione panoramica complessiva capisce che quella stima è molto vicina alla realtà.
In mezzo al fragore di questo popolo arrabbiato ma festante, alle cinque Veltroni comincia il suo discorso che durerà quaranta minuti. Dice parole che corrispondono a quelle che il popolo intorno a lui voleva sentire: la rabbia e la ragione, l'ispirazione politica e le proposte concrete, il sentimento dello stare insieme e l'identità di una forza politica che ha cancellato le provenienze storiche e si è immersa nel futuro come suggerisce la frase di Vittorio Foa scritta a grandi lettere sul palco della manifestazione.
Dopo il discorso del Lingotto di Torino, quello di oggi segna la vera nascita del Partito democratico. Sono passati appena cinque mesi dalla sconfitta elettorale, un tempo molto breve per un partito che aveva affrontato le elezioni dopo appena due mesi dall'insediamento del suo nuovo gruppo dirigente.
Chi ha criticato il vertice di questo partito perché in un tempo così breve non ha raggiunto risultati migliori dimostra di non conoscere i meccanismi, i tempi, le difficoltà della nascita politica e organizzativa in una società schiacciata dai disagi del presente e dalla paura del futuro.
Quanto abbiamo visto ieri dà fiducia. Un popolo responsabile, una sinistra nuova e pensante, una visione lucida del bene comune. Un'identità conquistata, la voglia di unità e di partecipazione. La speranza che tra nove giorni vinca Obama.
La partita è aperta. Se sarà continuata fino in fondo con coerenza il risultato di avere un'opposizione ampia e ferma, calma e determinata, sarà un arricchimento di grande valore per l'intera democrazia italiana.
(26 ottobre 2008)
Polizia negli atenei? Mai detto. Sono i giornali che, come al solito, travisano la realta
Il testo integrale della lettera del capo dello Stato agli studenti
"Le politiche relative a qualsiasi campo dell'azione dello Stato vengono definite dal Parlamento - scrive ancora Napolitano -, in seno al quale la maggioranza e l'opposizione sono chiamate al confronto tra le rispettive proposte, che possono configurare soluzioni alternative ai problemi da affrontare. Al presidente della Repubblica non spetta pronunciarsi nel merito dell'una o dell'altra soluzione in discussione, né suggerirne una propria, ma spetta solo richiamarsi ai principi e alle regole della Costituzione".
"Ciò non significa - sia chiaro - che io mi senta estraneo (''abbandonandole a se stesse'', per usare la vostra espressione) alle esigenze della scuola, della ricerca, dell'Universita' - aggiunge il presidente della repubblica -. Al contrario: a queste esigenze, e alle problematiche connesse, ho dedicato, nello svolgimento delle mie attuali funzioni, da più di due anni, la più convinta e appassionata attenzione e iniziativa. E' davvero in giuoco il futuro del Paese : se l'Italia vuole evitare un'emorragia di preziosi giovani talenti, che trovano riconoscimento all'estero, gli investimenti nella ricerca - soprattutto - dovrebbero costituire una priorità, anche nella allocazione delle risorse, pubbliche e private".
"Dico ''dovrebbero'' perché in realtà le scelte pubbliche (e anche quelle del sistema delle imprese) non sembrano riconoscere tale ''priorità'', a cui troppe altre ne vengono affiancate - in particolare quando si discute di legge finanziaria e di bilancio - col risultato che già da anni non ci si attiene ad alcun criterio di priorità e non si persegue un nuovo equilibrio nella distribuzione delle risorse tra i diversi settori di spesa. Di qui le preoccupazioni di fondo che spiegano la vostra ansietà, fatta di gravi incertezze per l'avvenire vostro e della nazione. E' indispensabile che su questi temi non si cristallizzi un clima di pura contrapposizione, ma ci si apra all'ascolto reciproco, a una seria considerazione delle rispettive ragioni".
"Il governo - scrive ancora Napolitano - ha ritenuto necessario e urgente definire, fin dal giugno scorso, sia pure per grandi aggregati, le previsioni di spesa per i prossimi tre anni, al fine di rispettare l'impegno da tempo sottoscritto dall'Italia in sede europea per l'azzeramento del deficit di bilancio e per la graduale, ma netta e costante, riduzione del debito pubblico. Sono certo che anche a voi non sfugge l'importanza strategica di questo obbiettivo, il cui raggiungimento e' condizione per uno sviluppo di politiche pubbliche meno pesantemente condizionato dall'onere del debito via via accumulatosi".
"Tuttavia io auspico: 1) che si creino spazi per un confronto - in sede parlamentare - su come meglio definire e distribuire nel tempo i tagli ritenuti complessivamente indispensabili della spesa pubblica tra i ministeri e i vari programmi, valutando attentamente l'esigenza di salvaguardare livelli adeguati di spesa per la ricerca e la formazione; 2) che a sostegno di questo sforzo, si formulino proposte anche da parte di studenti e docenti, per razionalizzare la spesa ed elevarne la qualità, con particolare riferimento all'Università, dovendosi rimuovere distorsioni, insufficienze e sprechi che nessuno può negare. E ciò sposta il discorso sulla tematica degli ordinamenti e della gestione del sistema universitario: tematica sulla quale e' atteso un confronto tra il governo e gli organismi rappresentativi delle Università''.
"Occorre - conclude Napolitano - che tutte le istituzioni e le forze sociali e culturali si predispongano senza indugio a tale confronto, in termini riflessivi e costruttivi: dando prova, anche voi, responsabilmente, di 'determinazione e intelligenza', come avete scritto a conclusione della vostra lettera''.
Firma per Roberto Saviano
L'appello dei premi Nobel
"Lottiamo per Saviano"
Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - Gomorra - tradotto e letto in tutto il mondo.
È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.
Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. È un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.
Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.
DARIO FO
MIKHAIL GORBACIOV
GUNTHER GRASS
RITA LEVI MONTALCINI
ORHAN PAMUK
DESMOND TUTU
(20 ottobre 2008)
"Occasione perduta?" - Comunicato stampa
Un'iniziativa contro il decreto di riordino della scuola lanciata con una catena di sms
SCUOLA & GIOVANI
Un'iniziativa contro il decreto di riordino della scuola lanciata con una catena di sms.
Ma "il presidente non può esercitare ruoli che
la Costituzione non gli attribuisce"
Riforma Gelmini, email al Quirinale
Napolitano: 'Non posso intervenire'
ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha diffuso una nota di precisazione in merito agli appelli che, in queste ore, sono giunti al Quirinale per sollecitare il capo dello Stato a non promulgare il decreto di riordino della scuola elementare (ancora all'esame delle Camere), una volta approvato dal Parlamento. E - nel giorno dell'ennesima protesta del mondo delle università - ricorda che "Il presidente della Repubblica non può esercitare ruoli che
"Inoltre - prosegue la nota - secondo
"Giunge in questi giorni al presidente della Repubblica - si legge in una nota del Colle - un gran numero di messaggi con i quali da parte di singoli, e in particolar modo di insegnanti, nonché da parte di talune organizzazioni, gli si chiede di non firmare il decreto legge 137 o, più propriamente, la legge di conversione di tale decreto. Pur nella viva attenzione e comprensione, da parte del presidente, per le motivazioni di tali appelli, si deve rilevare innanzitutto che il Parlamento non ha ancora concluso l'esame del provvedimento in questione".
"Il capo dello Stato - conclude la nota - non può esercitare ruoli che
(13 ottobre 2008)
suoniamo lo.... "sconcerto" alla gelmini
Continuano le manifestazioni dell'"ottobre caldo" da parte di studenti e genitori. Domani mattina, i ragazzi dell'Unione degli studenti e della Rete degli studenti daranno vita a "manifestazioni in 100 città italiane". I primi "le suoneranno alla Gelmini" con lo "... sconcerto". "Scenderemo in piazza con strumenti musicali e oggetti rumorosi per suonarle al ministro Gelmini in risposta alle sue dichiarazioni. La nostra - dichiara Valentina Giorda - sarà tutta un'altra musica". La Rete degli studenti continuerà a portare in piazza lo spettacolo "balle e pupe" con le "grembiuline". Domani scenderanno in piazza anche gli studenti universitari "che proseguiranno per tutto l'autunno se il ministro Gelmini e il governo non decideranno di ritirare i provvedimenti che stanno cancellando l'università pubblica", dichiara Federica Musetta dell'Unione degli studenti.
per saperne di più:
http://www.retedeglistudenti.it/news/10-ottobre-2008-studenti-in-piazza-in-tutta-italia
http://www.unionedeglistudenti.it/
Tornelli ai fannulloni!
UN GIUDICE
Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente,
o la curiosità d'una ragazza irriverente
che vi avvicina solo per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù la più indecente
Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo
Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami diventai procuratore
per imboccar la strada che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia quindi alla cattedra d'un tribunale
giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male
E allora la mia statura non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi mi diceva "Vostro Onore"
e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio
prima di genuflettermi nell'ora dell'addio
non conoscendo affatto la statura di Dio
Testo: Giuseppe Bentivoglio e Fabrizio De Andrè
Nuove Libertà nella Società dell'Informazione e della Conoscenza
Nuove Libertà nella Società dell'Informazione e della Conoscenza
Le grandi opportunità offerte dal software libero e dalla libera diffusione della conoscenza - da Linux a Wikipedia, da Open Office ai milioni di documenti, fotografie, filmati, libri pubblicati sotto licenze Creative Commons - sono ormai sotto gli occhi di tutti.
In un paese normale si possono comprendere ritardi e ostilità verso il nuovo e il “diverso” dovuti in parte alla mancanza di conoscenza e competenza e in parte dalla resistenza al cambiamento (sia nei cittadini che nelle imprese e nella pubblica amministrazione); in un qualunque paese la mancanza di prospettive strategiche e innovative aumenta le differenze tra i tecno-ricchi e i tecno-poveri e impedisce crescita, sviluppo e innovazione soprattutto nelle Piccole e Medie Imprese (PMI) e nella Pubblica Amministrazione (PA).... (segue)
E-government per la qualità della vita
E-government per la qualità della vita
In un paese normale le grandi opportunità che consentono di competere nello scenario internazionale non vengono sempre sfruttate al meglio; in un paese normale può succedere che alcuni ritardi, dovuti alle situazioni preesistenti e alle specifiche basi di partenza economiche e sociali creino divari non sempre facili da colmare. In un paese normale la mancanza di visione a lungo termine può comportare una situazione di disparità interna, di sviluppo disarmonico, un “lag behind” che alla fine abbraccia tutta la compagine sociale e inficia i fondamentali processi di sviluppo.
In questo l’Italia è un paese normale.
L’anormalità del nostro Paese è però determinata da questioni più sottili che certamente hanno a che fare con i ruoli politici (e di questo se ne è parlato a sufficienza), ma anche e soprattutto con l’incapacità di saper scorgere al proprio interno elementi di eccellenza (e ce ne sono) e nella congenita, antica tendenza a non saper trasformare in orgoglio nazionale, e quindi in modelli condivisi, le buone pratiche e la qualità dei territori, gli sforzi dei singoli, gli investimenti delle imprese, la motivazione dei giovani.
In questo l’Italia è un paese anormale.
La nostra classe politica fa questo mestiere per professione; ed è una professione da cui ci si può licenziare solo volontariamente, almeno per come è concepito attualmente il nostro sistema elettorale. Uno dei risultati di questa anomalia è la difficoltà a trovare un raccordo con quello che avviene nella società, in Italia e all’estero, e a lanciare appelli generici che derivano più da un “sentito dire” che da una relae e matura convinzione. Il continuo ricorso da parte della politica alla parola “innovazione” ha avuto effetti irrisori e non poteva essere diversamente. Nel nostro Paese l’innovazione tecnologica è ancora vista come una materia di studio, una technicality da poter smaltire politicamente con alcune amichevoli pacche sulla spalla e non il fattore potenzialmente trainante di una società che, sempre più complessa, articolata, distante, vecchia, non può più fare a meno di un’iniezione di innovazione tecnologica. Non si tratta di dare solo più spazio all’innovazione tecnologica, bensì di definirla come la priorità principale dell’azione politica del futuro.
L’errore fondamentale, che è anche una coazione a ripetere di entrambe gli schieramenti politici, è aver concepito questo settore come una nicchia che riguardasse solo ed esclusivamente i processi caratteristici della Pubblica Amministrazione. L’innovazione è stata vista come uno strumento conseguente alla semplificazione organizzativa della Pubblica Amministrazione centrale e locale, una sorta di strumento elettronico di produttività che consentisse la modernizzazione di un apparato pubblico sclerotico e conservatore. In questo senso l’impatto che si è avuto sul cittadino, laddove c’è stato, ha riguardato esclusivamente il rapporto con la burocrazia, con i moduli, coi certificati, con le procedure. E-government è diventato sinonimo di informatizzazione della Pubblica Amministrazione, con la conseguente impossibilità a farlo diventare uno strumento che entrasse decisamente, producendo risultati concreti, nella vita quotidiana dei cittadini.
Politicamente, dunque, l’errore fondamentale è stato quello di unificare Funzione Pubblica e Innovazione; un errore che, nonostante spinte in direzione contraria (proposte di istituire una vicepresidenza del Consiglio con delega unica all’Innovazione Tecnologica) ha trovato il suo acme nel programma politico dell’Unione prima delle elezioni del 2006 e nel governo Berlusconi che ha visto al luce nel Maggio 2008.
Infatti ognuno di noi, mediamente, accede alla Pubblica Amministrazione, intesa come complesso di procedure amministrative, al massimo cinque o sei volte all’anno. Un rapporto quantitativamente del tutto insufficiente a far scattare quella molla di interesse e quel volano di innovazione che l’e-government avrebbe dovuto generare. Viceversa il cittadino accede alla Pubblica Amministrazione centrale e locale, intesa come complesso di servizi, più volte al giorno tutti i giorni: cammina in città, usufruisce dei mezzi pubblici, usa le strade, respira aria, attraversa luoghi insicuri, combatte la sua battaglia quotidiana se anziano o disabile, sia esso temporaneo o permanente, consuma energia.
Si capisce, quindi, che l’amministrazione elettronica non può in nessun caso limitarsi all’automazione del front e back office o alla semplificazione, grazie alle nuove tecnologie, dei processi caratteristici dell’amministrazione, bensì deve incidere su tutti quelli aspetti concreti e quotidiani che fanno di una società avanzata una coerente e matura società dell’informazione e della conoscenza. Deve quindi incidere sul modo in cui i cittadini, quotidianamente, interagiscono con il settore pubblico centrale e locale, migliorando la qualità della vita.
Si tratterà, quindi, di liberarsi dalla visione di comodo, buona solo per lasciare spazi ad una tecnocrazia d’accatto, per cui lo sviluppo di sistemi tecnologici e la crescita di una società realmente “informazionale”, sia un fatto accessorio e meramente industriale. Siamo di fronte ad una svolta epocale per la quale sarà possibile in futuro respirare normalmente, spostarsi normalmente, lavorare normalmente: ma bisogna farla finita di considerare persi tutti i treni, bisogna cessare di essere, o magari solo di sentirsi, “anormali”.
Infomobilità, sistemi per il risparmio energetico, sistemi per l’accessibilità, edifici intelligenti, sistemi esperti per la sicurezza dei luoghi, sistemi previsionali: molte di queste cose sono semplici da realizzare e tutte accompagnano il territorio, il comune, la città metropolitana, ma non solo, nella sua ridefinizione come luogo ove poter vivere una vita dignitosa e assistita. E-government dunque, non più solamente come strumento per la modernizzazione dei processi interni della PA, ma come vera e propria leva per migliorare la qualità della vita quotidiana delle persone. E government come filosofia per ridare ai giovani una prospettiva in una quadro sociale che gli appartenga, che venga compreso e percepito come adeguato al loro tempo. E-government come opportunità continua per chi vuole fare impresa partendo da una base di conoscenza (l’Italia è un paese nel quale la ricerca universitaria e quella delle imprese si toccano troppo raramente).
Rimane quindi da capire come queste cose potranno essere attuate in un quadro che vada al di là della buona volontà dei singoli amministratori locali, ma che possa determinare un modello condiviso non solo a parole. E’ necessaria una trasformazione culturale profonda che vada al di là degli accordi e delle spinte in avanti: una rivoluzione che potrà essere possibile solo vedendo i risultati di un processo che va comunque avviato con estrema urgenza. E’ fondamentale che la politica sia la prima a muoversi in questa direzione, facendosi violenza dato che non si tratta né di una breaking news né di un processo di breve periodo, ma scommettendo su una visione, l’unica che potrà dare un futuro al nostro Paese. Tutte le questioni, dalla sicurezza dei cittadini, alla criminalità diffusa, al decentramento delle funzioni, alla perdita del potere d’acquisto, possono avere una prima soluzione nella coraggiosa decisione di investire in nuove tecnologie dell’informazione, nell’ottica di creare un ambiente favorevole allo sviluppo sociale. Solo chi avrà il coraggio di farlo potrà reclamare di aver ridato normalità e direzione alla rotta di una nave, l’Italia, che rischia seriamente di andare alla deriva.




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