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Non si vive di solo Pil

di stefano (10/06/2009 - 15:12)

"Benessere e progresso devono essere ripensati. Senza regole non è possibile realizzarli"
10/6/2009 (8:21) - Intervista all'economista e filosofo Amartya Sen
 
GRÉGOIRE ALLIX, LAURENCE CARAMEL
Ben prima che la crisi economica facesse riscoprire ai grandi governi mondiali le virtù della regolamentazione, Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, faceva parte di quegli economisti che difendevano il ruolo dello Stato contro la moda liberista.

La crisi economica è l’occasione per rivedere i nostri modelli di sviluppo?
«Offre certamente l’opportunità di farlo. Spero proprio che non si torni al “business as usual” una volta che il peggio sarà passato. La crisi economica ha prodotto un grave malessere politico, soprattutto negli Stati Uniti. Per decenni le regole erano state demolite da un’amministrazione dopo l’altra, da Reagan a Bush. Certo, il successo dell’economia liberale è sempre dipeso dal dinamismo del mercato, ma anche dai meccanismi di regolazione e di controllo, per evitare che la speculazione e la ricerca del profitto portassero a correre troppi rischi».

È solo un problema di regolamentazione, o bisogna ripensare in senso più ampio le nozioni di progresso e di benessere?
«Sì, bisogna ripensarle. Benessere e regolamentazione sono questioni collegate. Se si crede che il mercato non abbia bisogno di controllo, perché la gente farà automaticamente le scelte giuste, non ci si pone neppure il problema. Se invece ci si preoccupa del benessere e della libertà, bisogna organizzare l’economia in modo tale che queste due cose siano realmente possibili. Allora le domande sono: quali regolamentazioni vogliamo? Fino a quale punto? Ecco le questioni importanti che devono essere discusse collettivamente».

Bisogna elaborare altri indicatori della crescita economica, a parte il prodotto interno lordo?
«È assolutamente necessario. L’indicatore del Pil è molto limitato. Utilizzato da solo, è un disastro. Gli indici della produzione o del commercio non dicono granché sulla libertà e sul benessere, che dipendono dall’organizzazione della società. Né l’economia di mercato né la società sono processi che si autoregolano. Hanno bisogno dell’intervento razionale dell’essere umano. La democrazia è fatta per questo: per discutere del mondo che vogliamo, ivi compresi i termini di regolazione dei sistemi della sanità, dell’istruzione, delle tutele contro la disoccupazione... Il ruolo degli indicatori è di aiutare a portare il dibattito su questi temi nell’arena pubblica. È necessario per le decisioni democratiche».

L’indice di sviluppo umano Idh può essere uno dei nuovi indicatori?
«L’Idh è stato concepito per i Paesi in via di sviluppo. Permette raffronti fra la Cina, l’India, Cuba..., ma dà anche risultati interessanti riguardo agli Stati Uniti, e in genere per quei Paesi che non hanno assicurazione sanitaria universale e che sono contrassegnati da grandi disuguaglianze sociali. Ma abbiamo bisogno anche di altri indicatori per l’Europa e l’America del Nord, pur sapendo che non saranno mai indicatori perfetti».

Quando lei ha concepito l’Idh, la crisi ambientale non era ancora stata percepita in tutta la sua gravità. Tenendo conto di questo nuovo aspetto, lei modificherebbe la sua visione della lotta alla povertà?
«Il declino della qualità dell’ambiente incide sulle nostre vite. Lo fa in modo immediato, nel nostro quotidiano, ma anche riducendo le possibilità di sviluppo a lungo termine. L’impatto del cambiamento climatico è più pesante sulle società dei Paesi più poveri. Prendere ad esempio l’inquinamento urbano: quelli che lo subiscono di più sono coloro che vivono in strada. La maggior parte degli indicatori della povertà o della qualità della vita dipendono anche dalle condizioni ambientali. Ecco perché è importante che le questioni della povertà e della disguaglianza siano tenute in considerazione nei negoziati internazionali sul clima».

In che modo?
«Innanzitutto i Paesi in via di sviluppo devono avere una rappresentanza nei negoziati. L’allargamento dal G8 al G20 può segnare un parziale progresso. Adesso il punto di vista della Cina, dell’India, del Sud Africa e degli altri Paesi emergenti viene preso in considerazione. Ma non è sufficiente dare la parola a questi Paesi che sono maggiormente riusciti a farsi valere nel mondo dell’economia: bisogna accogliere anche le istanze dei più poveri. Nel G20 l’Africa resta troppo trascurata. Una cosa da fare è rafforzare il ruolo dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È quella la sola istituzione in cui qualunque Paese, a prescindere dal peso economico, si può esprimere su un piano di uguaglianza con ogni altro».

I suoi studi hanno mostrato come la diffusione di istituzioni democratiche abbia sollecitato i governi a combattere il problema della fame in maniera più determinata ed efficace. Questa nozione si potrebbe applicare anche alla crisi alimentare attuale?
«La democrazia permette di evitare la fame, perché la fame è un problema contro il quale è molto facile mobilitare l’opinione pubblica, quando questa si può esprimere liberamente. A partire da quando l’India si è governata democraticamente, cioè dal 1947, non ha più conosciuto la fame nel senso stretto del termine. D’altra parte, la democrazia di per sé non è in grado di evitare la malnutrizione, che è un problema più complesso. Serve un impegno fortissimo dei partiti politici e dei mass media per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo problema e sollevare un dibattito pubblico».

La inquieta vedere che la superficie destinata alla coltivazione dei biocarburanti si sta allargando a scapito delle coltivazioni alimentari?
«Sì, mi preoccupa molto osservare che spesso è più profittevole utilizzare i prodotti agricoli per distillare etanolo che per sfamare la gente. Le crisi alimentari non si spiegano più con ragioni malthusiane - non è un problema di nutrire 6 oppure 9 miliardi di persone. Le ragioni della penuria sono più complesse, penso soprattutto agli usi alternativi della terra, ma anche ai cambiamenti del regime alimentare in Cina e in India, dove la domanda di nutrimento per abitante si accresce con l’incremento dei redditi individuali».

Lei denuncia l’approccio coercitivo delle politiche demografiche. Perché?
«Ci sono due modi per vedere l’umanità: come una popolazione inerte, che si contenta di produrre e di consumare per soddisfare dei bisogni; o come un insieme di individui dotati della capacità di ragionare, di libertà d’azione, di valori. I malthusiani appartengono alla prima categoria, e così pensano che per risolvere il problema della sovrappopolazione basti limitare il numero dei figli per famiglia. Diversi Paesi ci hanno provato, ma non hanno avuto molto successo. Il caso della Cina è più complesso di quanto sembri: a mio parere si dà troppo rilievo alla politica del figlio unico, mentre altri programmi a favore dell’istruzione femminile e dell’accesso al lavoro hanno fatto moltissimo per limitare la crescita demografica. Non dimentichiamo che per Malthus alla fine del XVIII secolo un miliardo di esseri umani sarebbe già stato troppo».

© Le Monde

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Berlusconi presidente

di stefano (01/06/2009 - 20:51)

Lunedì 1 giugno, TG2 delle 20.30

Ma perché il TG2 presenta Silvio Berlusconi come "Presidente del Consiglio"? La sua intervista era sulla campagna elettorale, e accanto a lui c'è il logo del partito... A me sembra che ci sia un po' di confusione nell'informazione.

(I titoli del TG2)

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Trasparenza e rigore nella Pubblica Amministrazione

di stefano (20/05/2009 - 18:45)

 

Bene! MA ALLORA??!!....

Mi viene il dubbio che la Presidenza del Consiglio non faccia più parte della Pubblica Amministrazione...

 

Estratto dalla sentenza del caso Mills

 [...]

5.3) Conclusioni

L’attività che Mills aveva svolto per il Gruppo Finivest, ed in particolare la creazione delle società offshore e la loro riconducibilità a persone a lui note diverse da coloro che ne erano i formali intestatari risultano in modo incontrovertibile dalle prove di cui si è dato conto nella presente motivazione, capitolo 2.1) [...]

Il fatto che Mills conoscesse perfettamente, in particolare, che Century One e Universal One erano di Marina e Pier Silvio Berlusconi, e che ogni decisione in ordine a tali società poteva esser presa solo da Silvio Berlusconi e dalle persone dal medesimo delegate risulta altrettanto incontrovertibilmente dalle prove assunte ed esposte nel capitolo 2.2)

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Continueremo a fare domande, come fossimo in un Paese normale

di stefano (15/05/2009 - 23:02)

L'EDITORIALE

Una risposta al premier

di EZIO MAURO

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Lezione di Gustavo Zagrebelsky

di stefano (10/05/2009 - 20:24)

La democrazia in cui viviamo è come l’aria che respiriamo. Non ci si fa caso fino a quando viene a mancare o diventa tossica.

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Libertà è solidarietà

di stefano (09/05/2009 - 14:01)

Ecco due video a confronto...


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Finanziamenti per la ricostruzione

di stefano (17/04/2009 - 16:32)

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Ha vinto la bandana di Silvio

di stefano (17/02/2009 - 07:01)

La faccia del Leader Invincibile, sostiene Massimo Giannini nel suo editoriale di oggi, ha sbaragliato Soru: la banda larga di Renato non ha retto contro la bandana di Silvio. Tutto torna. I numeri dimostrano che un terzo degli aventi diritto al voto hanno scelto la sudditanza al padrone dell’isola e dell’Italia, che un altro terzo ha scelto il “veleno nichilista” evitando il voto, che l’inconsistenza del PD sta sgretolando i tentativi di un’azione politica di innovazione e di impegno.

Ma certo, perché assumersi le responsabilità in prima persona? Forse è meglio un posto al grande fratello, che in CAI; forse è meglio convertirsi in Personal Shopper di qualche signora annoiata a Porto Rotondo, o in Wedding Planner di qualche coppia che ha scelto la Costa Smeralda come palcoscenico per i loro matrimonio.

Non sono né un politico, né un sociologo, ma se come genitore mi sento responsabile della formazione dei miei figli, ai quali comincio a negare il vuoto intrattenimento televisivo, dai politici professionisti, da quelli a cui è andato il mio voto e in cui ho riposto la mia fiducia, esigo altrettanta responsabilità e coerenza. Non mi bastano le dichiarazioni di sconfitta e non voglio sentire altro vittimismo: non si è incapaci di cambiare, non c’è il coraggio di rischiare.

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Eroe per forza, martire per decreto

di stefano (05/02/2009 - 18:31)

Sul dramma di Eluana e di Beppino Englaro, ormai, non si sa chi sta speculando di più. E' una violenza inaudita che si sta scatenando da più parti su un fatto tanto privato, quanto doloroso, come la morte. Non posso che ammirare l’eroismo del papà di Eluana che, non so come, sta dimostrando una resistenza superiore a qualsiasi immaginazione. Eroe per forza, perché contrastato su ogni fronte, si è trovato a combattere una guerra di politica, di religione, di affari. Proprio lui, che avrebbe voluto salvare la dignità di sua figlia, la sua e quella di ogni altra persona, è stato invece ostacolato, insultato, definito “assassino”.

Per qualcuno, è evidentemente un eroe troppo pericoloso, che deve essere soppresso, abbattuto, sconfitto a tutti i costi. E laddove non bastano le sentenze, gli impedimenti e le minacce, ecco che spunta il decreto legge. Ancora un decreto, motivato questa volta dall’urgenza di impedire che una volontà così fuori controllo possa compiersi in nome della sola carità, della sola pietà.

Una voce diversa si leva anche nella Chiesa. E' quella dell'anziano arcivescovo emerito di Foggia, Giuseppe Casale. In un'intervista a La Stampa , il prelato spiega di sentirsi "vicinissimo" al padre della ragazza e chiede di non proseguire "questo stucchevole can can", perchè l'alimentazione e l'idratazione sono assimilabili a trattamenti medici e se una cura non porta alcun beneficio può essere legittimamente interrotta". L'invito è quello di "lasciare che Eluana termini i suoi giorni senza stare a infierire - ha detto Casale - alla fine anche Giovanni Paolo II ha richiesto di non insistere con interventi terapeutici inutili". "Come cattolici - prosegue Casale - dovremmo interrompere tutto questo clamore ed essere più sereni" e invece di fare campagne, "bisognerebbe accostarsi con pietà cristiana alla decisione di un padre".

 

 

 

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Il limite della decenza

di stefano (16/01/2009 - 15:42)

C'è un nuovo totalizzatore che da qualche giorno si vede scorrere nei sottotitoli dei telegiornali e si legge sui giornali quotidiani: è quello dei morti di Gaza.
Con la sua costante, quanto impressionante, progressione di crescita indica ormai più di 1000 persone morte: è un disastro, una ecatombe.
Mi chiedo cosa avrebbero fatto la nazioni di tutto il mondo se a provocare tutte queste vittime fosse stata una calamità naturale: sono sicuro che ci saremmo attivati tutti quanti con aiuti di stato, donazioni e sottoscrizioni individuali. Ma qui è diverso; qui ci sono interessi politici, posizioni di potere da conquistare, o da mantenere.
Saranno pure diverse le cause, ma i morti ci sono, e sono 1.100. Per ora.
E allora, anche io mi associo al grido di Michele Santoro: "non accetto che questi bambini muoiano e i potenti della terra non fanno niente per fermare questo massacro". L'indecenza non è quella di impostare un programma televisivo in chiave anti-israeliana, ma è quella di restare immobili, come estranei, rispetto ad una reltà come la guerra che non ammette scusanti.

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Un modo per ricordare il grande Fabrizio

di stefano (09/01/2009 - 20:43)

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Un orientamento di speranza, per iniziare il nuovo anno

di stefano (04/01/2009 - 10:28)

DA L’ESPRESSO - IN EDICOLA

La recessione ha una sola via d’uscita: l’hi-tech verde e i combustibili puliti. Per dare il via alla Terza rivoluzione. Dopo quelle del carbone e del petrolio

di Jeremy Rifkin

Le case automobilistiche europee, americane e cinesi stanno facendo appello ai rispettivi governi affinché vengano in loro soccorso con una consistente infusione di capitali pubblici. E avvertono che se gli aiuti non saranno immediati potrebbero andare incontro allo sfacelo. Se da una parte alcuni sono favorevoli a un intervento di salvataggio, perché temono che qualora le case automobilistiche fallissero l’economia subirebbe un colpo catastrofico, dall’altra parte c’è chi sostiene che in un mercato aperto le aziende dovrebbero essere lasciate libere di sopravvivere o di soccombere. Esiste tuttavia una terza strada per affrontare questo problema, che esigerebbe un cambiamento radicale di mentalità in relazione alla natura e al significato di ciò a cui stiamo assistendo e di ciò che dovremmo fare in proposito.

L’introduzione del motore a combustione interna e l’inaugurazione di una infrastruttura di reti autostradali contrassegnarono nel Ventesimo secolo l’inizio dell’era petrolifera e della seconda rivoluzione industriale, nello stesso modo in cui nel Diciannovesimo secolo l’introduzione del motore a vapore, della locomotiva e delle reti ferroviarie avevano contrassegnato l’avvento dell’era del carbone e della prima rivoluzione industriale.

La seconda rivoluzione industriale si avvia ormai al tramonto e l’energia e la tecnologia che più di altre l’hanno alimentata sono tenute in ‘vita artificiale’. L’incredibile aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali registrato negli anni più recenti indica l’inizio della fine, non soltanto per le automobili che consumano molta benzina, ma anche per lo stesso motore a combustione interna. L’amara realtà è che la richiesta di petrolio in forte aumento a livello internazionale si scontra con scorte e rifornimenti sempre più limitati e sempre più in calo. Ne consegue un prezzo sempre più alto del combustibile, che provoca una spirale inflazionistica e si ripercuote lungo l’intera catena logistica e dei rifornimenti, e che a sua volta funge da freno naturale per i consumi globali, specialmente nel momento in cui il greggio inizia a sfiorare i cento dollari al barile. È questa, infatti, la soglia in cui si collide contro il muro di sbarramento del ‘Picco della Globalizzazione’. È a questo punto che il motore economico globale si ferma, che l’economia si contrae, che i prezzi dell’energia scendono perché il mondo intero usa meno petrolio. L’industria dell’auto è un segnale di allarme precoce, che ci fa comprendere come ci stiamo avvicinando al tramonto della seconda rivoluzione industriale.

Che cosa possiamo fare concretamente? Dobbiamo saper cogliere questa circostanza alla stregua di un’opportunità e rilanciare il dibattito globale sull’industria dell’auto nel suo complesso. Ciò implica di spostare il dibattito, passando dagli interventi di soccorso e di salvataggio in extremis dell’industria del motore a combustione interna alimentato a benzina alla ricerca, lo sviluppo, l’utilizzo di veicoli elettrici e ricaricabili a idrogeno con celle a combustibile, alimentati da energie rinnovabili. La trasformazione del nostro attuale regime energetico e della tecnologia automobilistica è il punto di ingresso nella terza rivoluzione industriale e in un’economia post carbonifera nella prima metà del Ventunesimo secolo.

Affinché questa transizione possa aver luogo, dobbiamo renderci conto che le rivoluzioni nei mezzi di trasporto sono sempre state parte integrante delle rivoluzioni nelle infrastrutture più ampiamente intese. La rivoluzione del motore a vapore alimentato a carbone impose grandi cambiamenti alle infrastrutture, ivi compresa la trasformazione nei trasporti, con un passaggio da quelli via di mare e su acqua in genere a quelli su rotaia ferroviaria, e la cessione di terreni pubblici per lo sviluppo di nuove città, sorte in corrispondenza di importanti snodi e incroci ferroviari. Analogamente, l’introduzione del motore a combustione interna alimentato a benzina richiese la realizzazione di un sistema di strade nazionali, la messa in opera di oleodotti, la creazione di una rete di strade secondarie commerciali e residenziali suburbane lungo il sistema autostradale internazionale.

Jeremy Rifkin

Il passaggio dal motore a combustione interna a veicoli ricaricabili a idrogeno con celle a combustibile comporta un impegno equiparabile nei confronti di un’infrastruttura adatta alla terza rivoluzione industriale. Tanto per cominciare, la rete elettrica nazionale e le linee di trasmissione dell’energia dovranno essere trasformate, e passare da una gestione attuata tramite comandi e controlli centralizzati e servomeccanici a una gestione decentralizzata e digitalizzata. Daimler ha già firmato un accordo di partenariato con Rwe, società energetica tedesca, e Toyota ha fatto altrettanto con Edf, società energetica francese, per installare milioni di postazioni di ricarica lungo le autostrade, nei parcheggi e nei garage, nelle aree commerciali come in quelle residenziali, per consentire alle nuove automobili di fare il pieno ricaricando le batterie collegandosi semplicemente a una presa.

Per adattarsi a milioni di nuovi veicoli ricaricabili, le società erogatrici di elettricità stanno iniziando a modificare le loro reti, utilizzando le medesime tecnologie che hanno dato luogo alla rivoluzione di Internet. Le nuove reti elettriche, cosiddette reti intelligenti o intergrid, rivoluzioneranno le modalità tramite le quali l’elettricità è prodotta, distribuita e resa disponibile. Milioni di edifici già esistenti - appartamenti residenziali, uffici, fabbriche - dovranno essere modificati o ricostruiti per fungere da ‘impianti elettrici autentici’, in grado cioè di catturare l’energia rinnovabile disponibile a livello locale - solare, eolica, geotermica, delle biomasse, idroelettrica e prodotta dal moto ondoso di mari e oceani - per generare elettricità che possa alimentare gli edifici, condividendo al contempo l’energia prodotta in eccesso tramite le reti intelligenti, proprio nello stesso modo in cui noi oggi produciamo informazioni e le condividiamo grazie a Internet.

L’elettricità che produrremo nei nostri edifici, a partire dalle energie rinnovabili, potrà essere utilizzata anche per alimentare le automobili elettriche ricaricabili o per creare idrogeno che alimenti i veicoli con celle a combustibile. A loro volta, tutti gli autoveicoli elettrici ricaricabili e a idrogeno con celle a combustibile fungeranno da impianti elettrici mobili, e potranno rivendere l’energia prodotta in eccesso alla rete elettrica.

Il passaggio alle infrastrutture indispensabili per la terza rivoluzione industriale richiederà un ingente sforzo e finanziamenti pubblici e privati. Dovremo trasformare completamente l’industria automobilistica, dotandola di nuove apparecchiature, riconfigurare le reti elettriche, convertire milioni di edifici commerciali e residenziali in autentici impianti energetici. La sola creazione di una nuova infrastruttura comporterà l’investimento di centinaia di miliardi di dollari. C’è chi sostiene che non possiamo permettercelo: in tal caso, però, gli scettici dovrebbero spiegarci come si prefiggono di riportare in crescita un’economia globale oberata dai debiti, che oltretutto dipende in tutto e per tutto da un regime energetico che sta per collassare.

Cerchiamo di essere chiari: i trilioni di dollari con i quali ci si ripromette di riportare in vita l’economia globale non sono niente più che un semplice ‘espediente di sopravvivenza’. Se invece intendiamo dare nuova vita all’economia globale, risolvendo al contempo la triplice minaccia costituita dalla crisi finanziaria globale, dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale ciò che dobbiamo fare è creare le premesse per una nuova era energetica e un nuovo modello industriale.

Le infrastrutture necessarie alla terza rivoluzione industriale creeranno milioni di posti di lavoro ‘verdi’, daranno vita a una nuova rivoluzione tecnologica, aumenteranno considerevolmente la produttività, introdurranno nuovi ‘modelli di business open source’ e creeranno molteplici opportunità economiche nuove.

Se i governi non interverranno immediatamente e con determinazione per far procedere celermente la realizzazione di una nuova infrastruttura per una terza rivoluzione industriale, l’esborso di fondi pubblici per sostenere un’infrastruttura economica vecchia e un modello industriale obsoleto decurterà ancor più le risorse finanziarie rimaste, lasciandoci privi delle riserve necessarie a effettuare i cambiamenti fondamentali.

Camper a energia solare

La terza rivoluzione industriale comporta una nuova era di capitalismo allargato, in virtù del quale milioni di proprietari di casa e di aziende esistenti e nuove diventeranno produttori di energia. Così facendo, avrà luogo la transizione verso un’era post-carbonifera sostenibile, che di fatto potrà attenuare gli effetti del cambiamento del clima sulla biosfera terrestre.

Collocando l’industria dell’automobile al centro del cambiamento delle infrastrutture necessarie a passare dalla seconda alla terza rivoluzione industriale, inizieremo a cambiare mentalità, e il dibattito passerà dall’aiuto alle aziende in gravi difficoltà a come investire al meglio in un nuovo schema economico planetario. Investire miliardi di dollari diverrà un presupposto indispensabile e necessario per creare nuove opportunità economiche per tutti nel Ventunesimo secolo.

27 nov 2008

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Auguri

di stefano (25/12/2008 - 11:55)

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Una lettera di un ministro può bloccare una sentenza?

di stefano (18/12/2008 - 12:01)

Le chiamano circolari, delibere, determine, direttive, disposizioni, atti di indirizzo. Sono i documenti solitamente utilizzati per declinare nella realtà specifica quelle leggi che per loro natura sono troppo generali e richiedono una specifica applicazione, o per quelle altre che disgraziatamente danno adito ad interpretazioni diverse.

Nel caso di Eluana però, non sussiste nessuno dei due presupposti: in questo caso infatti esiste una sentenza chiara, specifica, con carattere esecutivo. E allora, perché questa iniziativa che costituisce una vera minaccia di "conseguenze per chi interviene"? Il ministro vuole esercitare il suo potere di veto sui medici, già a mio avviso sufficientemente messi alla prova, o sui giudici che hanno emesso una sentenza che rischia di non essere applicabile?

A meno che non sia un’azione volta a cementare il sostegno del Vaticano e di un certo elettorato politico che già riconosce “il paradiso” in questo governo.

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Riforma della giustizia o riforma dei giudici?

di stefano (11/12/2008 - 16:58)

L'editoriale di Ezio Mauro ci propone una riflessione seria su un argomento grave che non può essere liquidato con superficialità.

Il potere unico

di EZIO MAURO

SIAMO dunque giunti al punto. Ieri Berlusconi ha annunciato l'intenzione di cambiare la Costituzione, a colpi di maggioranza, per "riformare" la giustizia. Poiché per la semplice separazione delle carriere non è necessario toccare la carta costituzionale, diventa chiaro che l'obiettivo del premier è più ambizioso.

O la modifica del principio previsto in Costituzione dell'obbligatorietà dell'azione penale, o la creazione di due Csm separati, uno per i magistrati giudicanti e uno per i pubblici ministeri, creando così un ordine autonomo che ha in mano la potestà della pubblica accusa, il comando della polizia giudiziaria e il potere di autocontrollo: e che sarà guidato nella sua iniziativa penale selettiva dai "consigli" e dagli indirizzi del governo o della maggioranza parlamentare, cioè sarà di fatto uno strumento della politica dominante.

Viene così a compiersi un disegno che non è solo di potere, ma è in qualche modo di sistema, e a cui fin dall'origine il berlusconismo trasformato in politica tendeva per sua stessa natura. Il passaggio, per dirlo in una formula chiara, da una meccanica istituzionale con poteri divisi ad un aggregato post-costituzionale che prefigura un potere sempre più unico. Un potere incarnato da un uomo che già ha sciolto se stesso dalla regola secondo cui la legge era uguale per tutti con il lodo Alfano, vero primo atto della riforma della giustizia, digerito passivamente dall'Italia con il plauso compiacente della stampa "liberale" ormai acquisita al pensiero unico e alla logica del più forte.

Oggi quel prologo vede il suo sviluppo logico e conseguente. Ovviamente la Costituzione si può cambiare, come la stessa carta fondamentale prevede. Ma cambiarla a maggioranza, annunciando questa intenzione come un trofeo anticipato di guerra, significa puntare sulla divisione del Paese, mentre il Capo dello Stato, il presidente della Camera e persino questo presidente del Senato ancora ieri invitavano al dialogo per riformare la giustizia. Con ogni evidenza, a Berlusconi non interessa riformare la giustizia. Gli preme invece riformare i giudici, come ha cercato di fare dall'inizio della sua avventura politica, e come può fare più agevolmente oggi che l'establishment vola compatto insieme con lui, due procure danno spettacolo indecoroso, il Pd si lascia incredibilmente affibbiare la titolarità di una "questione morale" da chi ha svillaneggiato la morale repubblicana e costituzionale, con la tessera della P2 ancora in tasca.

Tutto ciò consente oggi a Berlusconi qualcosa di più, che va oltre il regolamento personale dei conti con la magistratura. È l'attacco ad un potere di controllo - il controllo della legalità - che la Costituzione ha finora garantito alla magistratura, disegnandola nella sua architettura istituzionale come un ordine autonomo e indipendente, soggetto solo alla legge, dunque sottratto ad ogni rapporto di dipendenza da soggetti esterni, in particolare la politica. Il governo che lascia formalmente intatta l'obbligatorietà dell'azione penale, ma interviene sul suo "funzionamento" - come ha annunciato ieri il Guardasigilli Alfano - attraverso criteri suoi di "selezione" dei reati e "canoni di priorità" nell'esercizio dell'accusa, attacca proprio questa garanzia e questa autonomia, subordinando di fatto a sé i pubblici ministeri.

Siamo quindi davanti non a una riforma, ma a una modifica nell'equilibrio dei poteri, che va ancora una volta nella direzione di sovraordinare il potere politico supremo dell'eletto dal popolo, facendo infine prevalere la legittimità dell'investitura del moderno Sovrano alla legalità. Eppure, è il caso di ricordarlo, la funzione giurisdizionale è esercitata "in nome del popolo" perché nel nostro ordinamento è il popolo l'organo sovrano, non il capo del governo. Altrimenti, si torna allo Statuto, secondo cui "la giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome". Questa e non altra è la posta in gioco. Vale la pena discuterla davanti al Paese, spiegando la strategia della destra di ridisegnare il potere repubblicano dopo averlo conquistato. Ma la sinistra sembra prigioniera di una di quelle palle di vetro natalizie con la finta neve che cade, cercando di aprire (invano) la porta della Rai, come se lì si giocasse la partita. Fuori invece c'è il Paese reale, con il problema concreto di una crisi che ridisegna il mondo. A questo Paese abbandonato, Berlusconi propone oggi di fatto di costituzionalizzare la sua anomalia, sanandola infine dopo un quindicennio: e restandone così deformato. 

 (11 dicembre 2008)

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20-20-20 contro 55

di stefano (09/12/2008 - 15:41)

Mentre a Bruxelles si discuterà della riduzione di gas serra del 20% entro il 2020, del 20% di energie rinnovabili entro la stessa data e del miglioramento del 20% dell'efficienza energetica (da qui la definizione di obiettivi 20-20-20), in Italia viene annullato il bonus fiscale del 55 per cento a sostegno dei lavori finalizzati al risparmio energetico. Di seguito un commento tratto da

la Repubblica.it

Clima, Barroso avverte l'Italia:
"Obiettivi non sono negoziabili"

BRUXELLES - Gli obiettivi del pacchetto clima dell'Unione europea, il cosiddetto 20-20-20, "non sono negoziabili". Lo ha indicato il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, il quale ha spiegato che è comunque necessario garantire "un'equa distribuzione" dei costi del pacchetto con una "flessibilità" a fronte di "preoccupazioni giustificate".

Barroso ha ricordato che, tra l'altro, non sarebbe giusto per l'Unione Europea "annacquare" le ambizioni del suo pacchetto sul clima, ora che gli Stati Uniti, con il presidente eletto Barack Obama, si stanno avvicinando alle posizioni Ue. Secondo il presidente della Commissione Ue sarebbe un errore mandare agli Usa il messaggio che l'Unione europea abbassa le sue aspettative sul clima. "Questo è un test della credibilità per l'Ue", ha sottolineato Barroso.

Il pacchetto clima-energia dell'Unione Europea, che verrà discusso a Bruxelles giovedì e venerdì, ha tre obiettivi: la riduzione di gas serra del 20% entro il 2020, il 20% di energie rinnovabili entro la stessa data e infine il miglioramento del 20% dell'efficienza energetica (da qui la definizione di obiettivi 20-20-20).

Il summit Ue che si apre dopodomani a Bruxelles dovrà prendere "decisioni storiche", se non vi fosse un accordo sarebbe una sconfitta per tutti e 27 gli stati membri, ha aggiunto Barroso, ricordando che "Si tratta di uno dei summit più importanti degli ultimi anni".

Il presidente della Commissione si è felicitato per l'accordo tra le tre istituzioni Ue (Consiglio, Parlamento Europeo e Commissione) sulle energie rinnovabili. L'accordo raggiunto accoglie la richiesta italiana di una clausola di revisione nel 2014 per l'obiettivo di arrivare a un 20% di rinnovabil nel mix energetico entro il 2020.

Rimangono altri nodi importanti, come ha sottolineato il presidente francese Nicolas Sarkozy, che pure si è dichiarato fiducioso: "La questione della solidarietà, la durata e l'ampiezza delle deroghe limitate da accordare ai produttori di elettricità di certi Stati membri ed eventuali questioni che restano da risolvere per il trattamento dei rischi di fuga di carbone".

(9 dicembre 2008)

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Regolamentare?!... e che significa?

di stefano (03/12/2008 - 15:08)

zambardino

“Regolamentare” la rete è una pessima idea

Detta come l’ha detta - “Per quanto riguarda internet manca una regolamentazione, porteremo le nostre proposte in sede internazionale” - significa poco. Non solo perché l’affermazione sarà regolarmente smentita, dovesse essercene la necessità, ma perché è una di quelle frasi generiche che possono esser trinciate da ogni incompetente al bar o in un talk show.

Le forme di controllo già esistenti  - Ma non è verosimile che il Presidente del consiglio abbia parlato a caso, i segni non mancano. Quindi crediamogli: quando sarà al G8 porterà in quelle sedi le sue proposte per “la regolamentazione di internet”.

Non è che nel mondo abbiano aspettato lui. A livello internazionale le polizie e le agenzie di sicurezza si coordinano da anni su questioni relative al terrorismo ed altri reati gravissimi, come il commercio di essere umani in ogni forma. Su questi punti nessuno obietta, figuriamoci: almeno fino a quando l’idea di guardare dentro gli scambi criminali non tracimi dentro l’intercettazione di massa. E’ la critica dura fatta dai gruppi “liberal” all’amministrazione Bush dopo l’11 settembre e il varo del Patriot Act.

Altre forme di “regolamentazione” - come il filtro dei siti, controlli dei contenuti ecc ecc - vengono attribuiti, come se ne avesse l’esclusiva, al governo cinese. Che invece rappresenta solo la “best practice” del settore, come direbbero i manager del Presidente, ma la censura attiva è modello praticato su larga scala e spesso in silenzio.

Peraltro anche nel nostro paese, dove esiste una attività di blocco di siti “all’ingresso” sulla rete italiana.  Di quell’elenco poco si sa e soprattutto niente si dice da parte di coloro che lo gestiscono sui criteri con i quali vengono scelti i siti da bloccare.

Se c’è un progetto, riguarda tutti noi … - In passato l’attuale ministro Frattini, quando era commissario europeo,  ha fatto dichiarazioni temibili nelle quali si augurava regole e controlli che era difficile differenziare dalla “best pratice” cinese. Forse Frattini ha portato nel governo italiano orientamenti ed elaborazioni giuridiche sulle quali ha lavorato a livello europeo. Non ci sarebbe nulla di strano, anche se molto di discutibile. Bene, se ci sono progetti in questo senso, in un paese democratico, andrebbero dichiarati, discussi, analizzati.

Non è in gioco solo la privacy (e già basterebbe), qui si parla di libertà di espressione. E in entrambi i casi non è roba privata del governo. Chissà, forse i relativi garanti - privacy e comunicazioni - potrebbero rivolgere in merito delle domande all’esecutivo. Sarebbero nel pieno esercizio della loro funzione.

O è questione di diritto d’autore? - Ma c’è un secondo punto sul quale l’imprenditore Berlusconi è assai sensibile. Di recente Mediaset ha annunciato una sua analisi (con successiva minacciata vertenza in sede legale) dei contenuti di YouTube. Avevano quantificato in milioni di euro, molti milioni, il danno ricevuto dal fatto che la gente prende piccoli pezzi di programmi tv e li rilancia sulle piattaforme di social networking (come YouTube o Facebook o MySpace), per gli scopi più diversi: per condividere un gol particolarmente bello della propria squadra, per dare più visibilità a una intervista che è piaciuta, per denunciare una posizione politica o per affermarne un’altra. “Snack television”, la chiamano quelli che parlano difficile, e si tratta di secondi di tv, a volte minuti, mai ore. Ma secondo le aziende del settore, non solo per Mediaset, in quell’attività c’è una violazione del diritto d’autore e un danno d’impresa, perché chi ha prodotto e/o acquistato quelle immagini ha speso dei soldi che non vengono retribuiti dalla diffusione su internet.

Quello è il deposito del sapere sociale - Si potrebbe argomentare che, una volta pubblicato un articolo di giornale, scritto un libro e trasmesso un programma tv, quelle parole e quelle immagini fanno parte di un sapere sociale di libero accesso, un pozzo comune dell’informazione dal quale è legittimo e sacrosanto attingere per citare (altra questione è la copia integrale, ma qui non si discute di questo, e anche lì…).

Senza questa idea, che la sfera dei media è un universo sociale di simboli e parole cui tutti possono accedere  liberamente, non ci sarebbe la rete e non esisterebbe la società contemporanea che vive di pratiche che non sono l’hobby di pochi impallinati, ma la quotidiana attività di centinaia di milioni di persone al mondo e un valore fondante dell’esperienza culturale di ogni giovane di questi anni.

Certo per chi intraprende  per profitto nella tv o nelle telecomunicazioni risulta più attraente un mondo di servizi tutti “chiusi” e inaccessibile se non dietro ulteriore pagamento: come succede con i telefoni cellulari (pagamento per “pezzo” o a forfait, ma pagamento è).

Insomma su Internet dovunque si mettano le mani si maneggiano o i diritti della persona o il farsi del nostro futuro, la qualità della cultura di oggi e domani. Perfino George Bush ha preferito astenersi dal regolamentare alcunché, e dall’Unione europea, dichiarazioni di Frattini e in qualche caso della commissaria Reding a parte, non sono venute mosse avventate.

Difficile che voglia provarci Obama. Sarebbe meglio astenersi. Ma tutto questo è detto in teoria, perché, com’è noto, sono i giornalisti che hanno deformato il pensiero del Premier.

(3 dicembre 2008)

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Una iniziativa concreta da imitare

di stefano (28/11/2008 - 10:51)

Un'ora che vale una vita
Parte il programma di raccolta fondi “ora etica”

Nell’ambito delle iniziative di sostenibilità sociale Poste Italiane promuove un programma di raccolta fondi rivolto al personale interno.


Il progetto “Un’ora che vale una vita” prevede che ogni dipendente possa scegliere di trattenere dalla propria retribuzione mensile un importo corrispondente a un’ora di lavoro per donarlo ad una organizzazione umanitaria, tra quelle selezionate da Poste Italiane.

Il tema di questa prima iniziativa di ora etica è la difesa dei diritti primari dei bambini.

600 milioni di bambini vivono in condizioni di assoluta povertà
12 milioni muoiono ogni anno per malattie di facile prevenzione
250 milioni lavorano in condizioni di pericolo e sfruttamento

Poste Italiane ha scelto di sostenere 9 distinte organizzazioni che operano in diverse zone del mondo, con progetti che mirano alla costruzione di scuole, alla creazione di ospedali, al recupero dei bambini di strada, alla lotta al lavoro minorile, all' educazione ambientale.

Le associazioni cui poter devolvere il proprio contributo sono le seguenti:
- Actionaid
- Amref
- Aiutare i bambini
- Lega del filo d'oro
- Medici senza frontiere
- Save the children
- Terre des hommes
- Unicef
- WWF

Si può donare ad una sola delle organizzazioni o decidere di dare un piccolo aiuto a tutti, per un solo mese o per tutta la durata dell’iniziativa, fino a giugno 2009.

 

 

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Omaggio a Sandro Curzi: uomo saggio e di buon senso

di stefano (22/11/2008 - 10:15)

Aveva 78 anni, ed era malato da tempo. Militante del Partito Comunista
e poi di Rifondazione Comunista, è stato caporedattore dell'Unità e ha diretto Liberazione

E' morto Sandro Curzi
storico direttore del TG3


ROMA - E' morto questa mattina a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Aveva 78 anni, essendo nato a Roma il 4 marzo 1930. Militante del Partito comunista, poi di Rifondazione comunista con Fausto Bertinotti, Curzi è stato storico direttore del Tg3 alla fine degli anni '80, poi direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista "Liberazione". Attualmente era consigliere d'amministrazione della Rai.

Resistente a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Alessandro Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90.

Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità "clandestina" per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci 'Gioventù nuova', diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione.

Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci. Nel '56 fonda 'Nuova generazione' e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la guerra di indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah.

Dopo essere stato caporedattore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio 'Oggi in Italia' che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani. La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera.

Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di 'chiara fama' disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli.
Nel '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste 'scopre' Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma 'Samarcanda'.

Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando a quel telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica.
Soprannominato per questo, dagli avversari politici, 'Telekabul' (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza.

Nel '92 Curzi pubblica con Corradino Mineo il libro 'Giù le mani dalla Tv' (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette.

Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione. Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, diventa consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli.

Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro 'Il compagno scomodo' (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo 'La riserva indiana' col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone 'Troppo sole'.

(22 novembre 2008)

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In RAI, lo scenario desolante

di stefano (21/11/2008 - 14:11)

 

Il prodotto della furbizia

di CURZIO MALTESE


NEL teatro classico del trasformismo, la Rai, va in scena l'eterno conflitto delle classi dirigenti italiane: di qua i furbi, di là gli incapaci. Al centro, un personaggio che incarna bene i vizi di entrambi, il senatore Riccardo Villari.

Figura mediocrissima, un peone d'altri tempi, ma alla quale dobbiamo una lezione esemplare sui mali della politica nazionale. Democristiano di quarta fila e piccolo barone della medicina, Villari è stato riciclato prima da Mastella e poi da Rutelli non tanto in virtù di dubbie doti politiche, quanto per la conclamata cortigianeria. Cioè la principale e a volte unica competenza richiesta per fare carriera in politica.

E' noto tuttavia, dai tempi di Hegel, che un servo gode di un vantaggio decisivo sul padrone: può sempre trovarsene un altro. Magari più ricco e potente. Villari, a giudicare da come si muove, deve averne trovato uno ricchissimo.

Eletto senatore con i voti della sinistra e presidente della Commissione Vigilanza Rai con i voti della destra, il senatore Villari ha subito annunciato urbi et orbi che non si sarebbe dimesso. Non perché fosse un traditore, un opportunista dei tanti, un cialtrone insomma. No, non si sarebbe dimesso per "rispetto nei confronti delle istituzioni". Infatti, ha chiesto d'incontrare i presidenti di Camera e Senato, dai quali ha ottenuto copertura istituzionale, in cambio di un solenne giuramento: "Mi dimetterò il giorno in cui sarà trovato un nome condiviso da maggioranza e opposizione". Poi il nome eccellente è stato trovato, quello di Sergio Zavoli.

Eppure l'eroico Villari non si dimette lo stesso. Le istituzioni, una dopo l'altra gli hanno ritirato la copertura, a cominciare da Fini, seguito da Schifani e in ultimo da Berlusconi. Gli chiedono di andarsene. Ma lui resta. Fedele all'unica istituzione che quelli come lui riconoscono tale: se stesso.

Se il mandante del pasticcio è Berlusconi, com'è ovvio sospettare, si capisce che abbia scelto uno così. Chi altri, del resto? Dall'istante in cui approda a Palazzo Chigi, Berlusconi ha la prima e l'ultima parola su tutto quanto riguarda la televisione, il suo regno privato. Decide il presidente della Rai, dopo aver esaminato i candidati nella sua residenza privata. Decide in prima persona il direttore generale, i direttori di telegiornali e perfino le presentatrici. Decide quali trasmissioni possono continuare e quali si debbono chiudere.

Con l'elezione a sorpresa di Villari, il premier ha voluto scegliere anche il presidente della Commissione di Vigilanza che spetta all'opposizione. Con fiuto infallibile, ha pescato nel mucchio il tartufo. Tartufo Villari, o dell'ipocrisia.

La trappola era ben congegnata e lanciata fra i piedi di un'opposizione già in difficoltà. L'immagine della leadership democratica esce indebolita dalle sempre più evidenti contraddizioni del partito. Perché, per esempio, l'espulsione di Villari e neppure un cartellino giallo per Nicola Latorre, che durante un talk show ha suggerito con un bigliettino la risposta giusta all'avversario politico Bocchino per mettere in difficoltà l'alleato Donadi? Un distinguo etico fra i due è arduo. Uno politico no. Villari è un cane sciolto, ereditato da Mastella, mentre Latorre è il messo di D'Alema, un intoccabile.

Comunque vada a finire, la fotografia di queste ore è desolante. L'intero sistema politico è tenuto in scacco da un trecartista mastellato, per giunta su una vicenda, il potere in Rai, che di suo dà il voltastomaco alla maggioranza degli italiani. Veltroni ne esce come un vaso di coccio fra due vincitori, il "furbo" Berlusconi e l'"onesto" Di Pietro. Per uscire dall'impasse, ci vorrebbe un gesto d'orgoglio, magari l'abbandono definitivo del tavolo di trattative Rai, con annesso balletto di nomine.

Ma forse è chiedere troppo a un ceto politico che considera la televisione il principale strumento di legittimazione, l'oggetto unico del desiderio. Disposti a tutto pur di ottenere la benedizione di un Vespa, un consigliere d'amministrazione, le briciole della torta regalata tanto tempo fa a uno solo, che ora vuol portarsi via pure il vassoio.

(21 novembre 2008)

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Dilettantismo o ideologismo?

di stefano (13/11/2008 - 10:46)

Se prevale l'ideologia

di MASSIMO GIANNINI

ROMA - La sana retorica del Sogno americano spinge Paul Krugman a evocare il prossimo avvento di "Franklin Delano Obama" e la possibile apertura di un nuovo corso rooseveltiano, ricco di speranza e proiettato nel futuro. L'insana logica dell'incubo italiano ci costringe a fare i conti con un conflitto politico-sindacale fuori dal tempo e dalla storia, gravido di rischi e ripiegato sul passato.

Di fronte alla tempesta perfetta dei mercati finanziari e dell'economia reale, una classe dirigente degna di questo nome, in una democrazia seria e responsabile, si darebbe un'unica missione: unire gli sforzi collettivi in una sorta di "comitato di salute pubblica" e concordare, nei limiti del possibile e nel rispetto dei rispettivi ruoli, le misure necessarie a fronteggiare la crisi. Ma in questa Italia arrabbiata e irresponsabile succede l'esatto contrario. Tutto va in frantumi.

La maggioranza rompe con l'opposizione, la Cgil rompe con il governo, i sindacati confederali rompono tra di loro, gli irriducibili rompono con gli autonomi. In questo quadro in rapida decomposizione l'unica cosa che resiste sono gli scioperi, che sono un costo per gli imprenditori, un sacrificio per i lavoratori e un danno per i consumatori.

Stiamo assistendo a una stupefacente moltiplicazione di errori tattici, di rigurgiti ideologici, di riflessi condizionati. Il primo errore lo commette Berlusconi, che in un momento di forte tensione sociale non trova di meglio da fare che tagliar fuori la Cgil da un vertice segreto a Palazzo Grazioli in cui riunisce ministri economici, Confindustria, Cisl e Uil. Il secondo errore lo commettono la Marcegaglia, Bonanni e Angeletti, che non avvertono l'urgenza morale e l'esigenza politica di chiedere l'allargamento del tavolo o di rifiutare l'invito del premier.

Sono errori dettati non da dilettantismo, ma da un ideologismo: questo governo di destra sempre più marcata, soprattutto attraverso la filiera dei ministri ex-socialisti memori delle feroci battaglie sulla scala mobile, non rinuncia all'obiettivo di regolare una volta per tutte i conti con la Cgil: l'ultimo avamposto del dissenso sociale contro un esecutivo che, ormai, tollera solo il consenso universale.

A questo ideologismo (che trova una sponda gregaria nei segretari di Cisl e Uil, colpevolmente disposti a riesumare il fantasma degli accordi separati e lo spettro dei Patti della lavanderia) Epifani risponde con un riflesso pavloviano. Un altro sciopero il 12 dicembre, stavolta solitario, che si somma all'impressionante sequenza "cilena" delle agitazioni in corso: da quella dei cobas Alitalia che da tre giorni tengono sotto ricatto il Paese (dalla quale si sono dissociate le sigle del cosiddetto Fronte del no) a quella dell'Onda studentesca che domani torna in piazza contro la riforma Gelmini e i tagli alle università (dalla quale, per riflesso pavloviano uguale e contrario, si è ora dissociata la Cisl).

Da questo scenario di conflittualità endemica l'opinione pubblica può ricavare solo un'inquietante sensazione di inadeguatezza. È inadeguato il governo, cui sta palesemente sfuggendo il controllo della situazione. Siamo in pieno ciclo recessivo, e non si vede ancora una "exit strategy". Si rincorrono voci, si alternano ipotesi, ma per ora si sa solo che "anche il Tesoro ha problemi di liquidità", come avverte Tremonti. In questo clima, il premier dovrebbe avere tutto l'interesse a svelenire il clima: costruire un pacchetto anti-crisi, coinvolgere l'opposizione sindacale in un confronto leale e trasparente di fronte al Paese, chiamare l'opposizione politica a un dibattito serrato ma rispettoso di fronte al Parlamento.

Sta facendo l'opposto. Delegittima il centrosinistra e insulta il Pd. Spacca la Triplice e attacca la Cgil. È una scelta insensata e potenzialmente suicida. Un vero uomo di Stato come Nicolas Sarkozy non la compirebbe mai.

Ma è inadeguato anche il sindacato. La drammaticità del momento richiederebbe quello che un tempo si sarebbe definito un "equilibrio più avanzato". Uno sforzo unitario, piuttosto che la ricerca di una distinzione. Il terreno è infido, ma ci sarebbe. La crisi morde più duramente i ceti meno abbienti, che vanno difesi con tutti gli strumenti possibili. Ma è ormai chiaro che molti (tra gli ultimi, i penultimi e comunque i più deboli) sono fuori e lontani dal perimetro della rappresentanza confederale.

E dunque le piattaforme rivendicative e le "azioni di lotta" di Cgil, Cisl e Uil, tanto più se frammentate e contraddittorie tra loro, finiscono per assumere una fisionomia fatalmente corporativa, che spesso tutela chi è già tutelato e magari lascia scoperto chi non gode di alcuna protezione sociale. E per quanto possano essere legittime le proteste e le agitazioni messe in campo dai confederali in questi e nei prossimi giorni (al contrario di quelle realizzate da Aquila Selvaggia, in palese violazione delle norme di legge) non si può non tenere conto del devastante effetto-domino che producono nei cittadini, sempre più esasperati dai disservizi pubblici e dai disagi privati. Sono scelte scontate e probabilmente autolesioniste. Un grande leader sindacale come Luciano Lama non le avrebbe mai compiute.
m. gianninirepubblica. it

(13 novembre 2008)

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I deboli suscitano odio più dei potenti.

di stefano (12/11/2008 - 11:36)

Quell'odio verso gli ultimi

di MICHELE SERRA

"GLI incendiarono il letto sulla strada di Trento", cantava Fabrizio De André nella splendida e spaventosa Domenica delle salme, rassegna degli orrori sociali in atto e in preparazione nei ruggenti Ottanta. Raccontava di un clochard bruciato vivo dai giovanotti di Ludwig, usciti dall'inferno e dunque innamorati delle fiamme. Da ieri anche una panchina di Rimini, dimora abituale di un senzatetto italiano che si chiama Andrea, è annerita dal fuoco. Anche a lui "incendiarono il letto". Ora è in ospedale a Padova, con il quaranta per cento del corpo coperto di ustioni, di piaghe e dolore.

La panchina, vuota, campeggia in ogni pagina di carta o di pixel, e dopo il rogo ha lo stesso colore indefinito e scuro dei rifiuti. Accanto c'è una bottiglia vuota: conteneva la benzina che ha bruciato Andrea, all'una di notte, mentre dormiva.

Qualcuno dice di avere visto due adulti e un ragazzo allontanarsi nel buio mentre Andrea prendeva fuoco. Ma ancora non si sa chi abbia cosparso i piedi di Andrea di benzina e poi lo abbia acceso come una carta vecchia. Si sa, però, che queste cose ogni tanto succedono. Ultimamente pare che i deboli suscitino persino più odio dei potenti. Nessuno li invidia o li teme, ma c'è in giro una micidiale fregola di "normalità", di benessere obbligatorio, di bei vestiti e belle facce, che evidentemente rende osceno e insopportabile, agli occhi di qualcuno, l'esistenza dei barboni, dei miserabili, degli sfigati a vario titolo che ancora si ostinano (e come osano?) a viverci accanto.

Può essere stato un paranoico, un emulo di Ludwig (perché di nazisti, in giro, ultimamente ce ne sono un bel po'), un sadico, un gruppo di bulli, uno spacciatore disturbato dalla presenza di Andrea: gli spacciatori, si sa, contribuiscono anche loro al Pil e dunque si sentono infinitamente più rispettabili di uno sfaccendato. Si esclude solo, con certezza, l'ipotesi di una ritorsione o di una vendetta, perché Andrea era un emarginato del genere inoffensivo, mai litigato con nessuno, facilmente sopportato dal quartiere, aiutato dai benemeriti volontari cattolici di un'associazione che si chiama Casa di Betlemme (ora lo assistono in ospedale).

L'unico disturbo che Andrea poteva dare era quello del suo ingombro fisico. Della sua esistenza, per quanto minima e appartata, e dei due metri di panchina che gli facevano da domicilio. La panchina è, con lui, l'altra vittima di questo crimine scemo e ripugnante. Basta leggere certe zelanti ordinanze comunali che trattano panchine, scalinate e giardini pubblici come i potenziali nidi di bipedi infestanti, bivacchi di sfaccendati, mendicanti molesti, sedi d'elezione per quella intollerabile sedizione sociale che è la povertà in canna, la miseria vera, quella antica e derelitta che si strascica per terra, quella che non si lava e non sogna più decoro, quella che fruga tra i nostri rifiuti, quella che ancora balugina in certi underground urbani, dietro cespugli e cavalcavia, oppure osa emergere sulle panchine dei parchi guarnite di cartoni e coperte vecchie per la notte.

Non la fortuna di Andrea, ma la sua disgrazia gli ha attirato l'odio di alcuni sconosciuti. Se riusciranno a trovarli, sarebbe interessante, forse addirittura avvincente capire che cosa c'è dentro la testa di chi si accanisce contro l'ultimo degli ultimi. Nel governo c'è chi chiede (com'è ovvio la Lega) un censimento dei "barboni", non so dirvi se con o senza impronte digitali. Ma un bel censimento delle paranoie sociali, senza fare i nomi dei coinvolti ma almeno elencando i sintomi, e azzardando qualche terapia, quando?

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La povertà relativa in Italia

di stefano (04/11/2008 - 16:53)

Istat.it

Statistiche in breve
Periodo di riferimento: Anno 2007
Diffuso il: 04 novembre 2008


 

In Italia, le famiglie che nel 2007 si trovano in condizioni di povertà relativa sono 2 milioni 653 mila e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti; nel complesso sono 7 milioni 542 mila gli individui poveri, il 12,8% dell’intera popolazione.

La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi.

La soglia di povertà per una famiglia di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona, che nel 2007 è risultata pari a 986,35 euro (+1,6% rispetto alla linea del 2006). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore vengono quindi classificate come relativamente povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.

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e-mail per tutti i cittadini

di stefano (03/11/2008 - 14:33)

di Marina Mancini

Brunetta: email e banda larga per una PA digitale

venerdì 31 ottobre 2008
 
Il ministro della Pubblica Amministrazione ed Innovazione Renato Brunetta annuncia gli obiettivi per una PA efficiente: e-mail per tutti e banda larga

Una nuova misura del ministro Renato Brunetta per innovare la PA. Tutti i cittadini avranno una casella di posta elettronica per poter comunicare con la Pubblica Amministrazione e da cui ricevere tutte le comunicazioni.

L'obiettivo è uno tra quelli annunciati ai membri della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera nel corso dell'audizione di ieri, a Montecitorio, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle prospettive delle nuove reti del sistema delle comunicazioni elettroniche.

La misura che si aggiunge all'implementazione della banda larga, della telemedicina, dell'infomobilità e dei servizi informativi territoriali, mira a eliminare l'uso della carta nelle comunicazioni tra le amministrazioni centrali al fine di rendere più immediate la circolazione delle comunicazioni e garantire alla PA un notevole risparmio economico.

Ogni implementazione e sviluppo dell'ICT inevitabilmente determineranno una domanda di banda larga.

Infatti il ministro dichiara: «questi futuri sviluppi genereranno una domanda di banda larga crescente cui la Pubblica Amministrazione deve far fronte per evitare che i limiti infrastrutturali ne rallentino lo sviluppo causando danni al mercato e ai cittadini».

Per quanto riguarda gli altri obiettivi per la telemedicina si implementeranno i servizi di telediagnostica e di collaborazione telematica con le aziende ospedaliere, per l'infomobilità si punterà ai servizi per la gestione del traffico e quelli del monitoraggio merci ed infine si lavorerà per rendere più efficienti anche i sistemi informativi territoriali mediante banche dati catastali.

Il ministero punterà all'implementazione di soluzioni ICT per la sicurezza quali i sistemi di telerilevamento per anziani oltre che appositi soluzioni in aiuto dei disabili.

Per Brunetta questi obiettivi sono una sfida possibile, seguirà poi una fase di misurazione qualitativa per la valutazione da parte dei cittadini.

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Corriamo verso il futuro

di stefano (03/11/2008 - 06:31)

Il '68 è finito
andate in pace

di ILVO DIAMANTI


E' raro che un anniversario acquisti tanta forza quanto, quest'anno, il Sessantotto. Evocato, di continuo, grazie alle - e a causa delle - manifestazioni degli studenti universitari contro le politiche del governo.

In particolare, contro la ministra Mariastella Gelmini, il cui decreto, in effetti, c'entra poco con l'università. Tuttavia, la scuola e soprattutto l'università stanno al crocevia delle esperienze e delle attese dei giovani. Riflettono e acuiscono un disagio che ha ragioni lontane. E' comprensibile, anche per questo, la tentazione di cercare i segni di una storia che si ripete. Quarant'anni dopo. Anche se, a nostro avviso, si tratta di periodi difficili da comparare. Anzitutto, per il contesto sociale e globale che li caratterizza.

Quarant'anni fa la contestazione studentesca giungeva in Italia per contagio internazionale. Dopo avere infiammato molte importanti piazze e università. Citiamo, per tutte, le rivolte nei campus universitari USA e il maggio parigino. Il Sessantotto, in altri termini, fu un passaggio d'epoca internazionale, trainato da movimenti che attraversavano società, economia, religione, cultura e politica. Nelle scuole e tra i giovani, però, quella fase assunse un senso specifico. Marcò, infatti, la frattura generazionale tra figli e genitori.

Dove i genitori - insieme ai professori, ai politici, agli imprenditori (allora definiti, non a caso, "padroni"), alle gerarchie della Chiesa - evocavano l'autorità. E venivano, come tali, contestati. Perché il 1968 è, anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ridisegna i ruoli e i rapporti sociali: in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella politica. E innova profondamente i riferimenti etici e di valore, gli stili di vita, i costumi sessuali.

Gli avvenimenti di questa fase hanno un carattere molto diverso. Si verificano in un contesto globale di implosione finanziaria ed economica. In Occidente e in Europa non si scorgono grandi movimenti di protesta. Prevale, invece, un'insicurezza diffusa, da cui si irradiano spinte populiste e domande d'ordine. Quanto alla mobilitazione degli studenti in Italia, avviene in uno scenario molto diverso. I professori: 40 anni fa stavano dall'altra parte della barricata. Oggi, sono vicini a loro. Ma sarebbe sbagliato parlare di "complicità", come denuncia la destra.

Le rivendicazioni di questa fase hanno un'impronta prevalentemente "difensiva". Ciascuno rema per proprio conto. I docenti: protestano contro la marginalizzazione della propria categoria e della scuola. Gli studenti e i giovani, invece, manifestano contro il furto del futuro. Dovrebbero prendersela "anche" con i professori (e con i genitori). Ma il governo e questa maggioranza offrono un buon bersaglio polemico. E per loro è prioritario manifestare la propria esistenza, anche se "contro"; per sfidare la propria condizione di generazione perdente e invisibile.

Il richiamo al Sessantotto, quindi, pare poco fondato. Se risuona di frequente è per iniziativa degli attori politici, in base a ragioni legate al presente.
Guarda al Sessantotto l'opposizione di sinistra riformista e radicale. Per nostalgia. Ma soprattutto nella speranza che le proteste studentesche si trasformino, come allora, in movimento. Che il movimento eroda il consenso del governo. Che incrini l'immagine del Cavaliere invincibile. Che restituisca alla sinistra, spaesata, la base sociale perduta.

Questo Sessantottismo minimalista si scontra con un Antisessantottismo ben più ambizioso e consapevole, espresso dalla destra al governo. Ben più determinata della sinistra a fare i conti con l'eredità di quella stagione. Lo ha chiarito bene la ministra Gelmini, subito dopo l'approvazione del decreto: "Si torna alla scuola della serietà, del merito e dell'educazione". Dando, quindi, per scontato che oggi nella scuola non vi siano serietà, merito ed educazione, la ministra riporta il calendario indietro di quarant'anni. E riafferma i valori della tradizione. Scanditi dai provvedimenti - altamente simbolici - assunti nei mesi scorsi.

Il voto in condotta: la disciplina. Gli esami di riparazione, il ritorno dei voti: la selezione e il merito. I grembiulini, il maestro unico: l'autorità.
La volontà di fare i conti con il Sessantotto è espressa, senza perifrasi, anche dal ministro Maurizio Sacconi (intervistato da Vittorio Zincone, sul Magazine del Corriere della Sera): "Il sessantottismo è il male oscuro, il cancro di questo Paese". Una metastasi prodotta "dall'Università corporativa figlia della sinistra degli anni Settanta".

Parallelamente, l'Antisessantottismo investe altri puntelli dell'identità di sinistra. Il sindacato unitario e in particolare la Cgil. Valori come la solidarietà e l'egualitarismo. Per contro, aderisce al discorso etico elaborato e predicato dalla Chiesa di Benedetto XVI, teso a marcare i confini della verità definiti dalla fede cattolica. A papa Ratzinger, non a caso, si ispirano molti esponenti politici e culturali della destra (anche se non solo). Cattolici e laici. Atei devoti e credenti disciplinati.

Ma il nucleo dell'Antisessantottismo coincide con il ritorno dell'autorità, delle istituzioni e delle figure che lo interpretano. Da ciò la polemica contro i professori, i maestri e, in fondo, i genitori (sessantottini). Incapaci di comportarsi davvero da padri, maestri e genitori. Simboli dell'antiautoritarismo da sconfiggere.
Non si tratta, peraltro, di un discorso nuovo. In Inghilterra, Tony Blair, alcuni anni fa, si espresse apertamente contro l'eredità sociale e culturale del Sessantotto.

In Francia, un anno e mezzo fa, Sarkozy, appena eletto, impostò il suo piano di riforme proprio sulla scuola. Il ritorno all'autorità perduta venne, simbolicamente, sottolineato dall'obbligo imposto agli studenti di alzarsi all'ingresso degli insegnanti.
Tuttavia, in Italia, questa polemica oggi appare strumentale. Non c'è partita fra le due diverse letture, perché il Sessantottismo è appassito, insieme ai suoi miti e ai suoi eroi. Si pensi al sindacato, diviso, il cui consenso è sceso a livelli minimi fra gli operai. E resiste solo fra i pensionati. Si pensi al solidarismo e all'egualitarismo: parole indicibili. Si pensi al disincanto dei genitori e dei professori. Loro, i primi a sentirsi sconfitti.

Mentre il ritorno dell'autorità - di ogni autorità - è ostacolato non da ideologie e da teologie della liberazione, ma, anzitutto, dalla scomposizione corporativa della società, frammentata in mille interessi organizzati, chiusi, gelosi e irriducibili. Si pensi alla rivoluzione dei costumi e della morale sessuale, oggi presidiati dal consumismo e dal "velinismo di massa" diffuso dai media. In particolare dalle tivù del Cavaliere.

Gli studenti che manifestano nelle scuole e nelle università, dunque, non debbono preoccuparsi troppo del Sessantotto. Semmai, del Sessantottismo e - ancor più - dell'Antisessantottismo. Conviene loro, per questo, marciare da soli. Liberarsi di padri, maestri e professori. Ma anche di coloro che li esortano a liberarsi di padri, maestri e professori. E cerchino di guardare avanti. Il loro futuro - incerto - non è quarant'anni fa.
(2 novembre 2008)

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Se l'educazione costa troppo, provate l'ignoranza !!!

di stefano (29/10/2008 - 06:19)

Da "Il Mattino" del 28-10-2008

 

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Grazie, ministro Gelmini, ci ha fatto diventare tutti competenti di informatica

di stefano (28/10/2008 - 18:12)

Segnalo questo articolo, pubblicato da Vittorio Zambardino su REPUBBICABLOG, perché mi sembra molto interessante: L’Onda dei blog che ha cambiato tutto

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La partita è aperta

di stefano (26/10/2008 - 16:21)

Il caos calmo della rabbia riformista

di EUGENIO SCALFARI


 
Alle dieci del mattino la città comincia lentamente a formicolare e il brulichio aumenta e si infoltisce col passare delle ore, a mezzogiorno camminano ormai a gruppi, si muovono le associazioni, si formano piccoli cortei di quindici-venti persone: democratici con la bandiera del partito, lavoratori della Cgil con la scritta bianca sulla stoffa rossa, vecchi partigiani con il fazzoletto tricolore al collo. Nel cielo già volteggiano gli elicotteri della polizia.

All'una si formano i due cortei, arrivano i pullman e i treni, scaricano e ripartono. Vengono dal Nord e dal Sud, bandiere e vessilli dei Comuni. Piazza Esedra è già gremita. All'una e mezzo la gente si mette in moto mentre ancora dalle stazioni arriva un fiume di persone.

Vado a vedere, finché ancora si può, il grande catino del Circo Massimo attrezzato per l'occasione, già pieno per metà, ma da quanto visto finora tutta quella vasta pianura erbosa non basterà a contenere il popolo dei cortei e quello dei romani che arrivano alla spicciolata. Riempiranno le vie adiacenti, il piazzale della Celimontana, l'Archeologia.

Alle tre del pomeriggio gli organizzatori sono già convinti che il milione sarà superato, ma si tengono prudenti per non sparare cifre troppo distanti da quelle che saranno date dalla questura. La mobilitazione della gente è comunque imponente per quantità e per passione, per rabbia e per voglia di stare insieme. Direi anche per orgoglio.

Il Circo Massimo è lambito dalle Terme di Caracalla e sovrastato dal Settizonio e dalle Case dei Cesari. "La Dea Roma qui dorme" scriveva il poeta delle Odi Barbare negli ultimi anni dell'Ottocento. Anche quelli erano anni di crisi, di scandali, di scontro vivace di opinioni e di moti di piazza. Le plebi, come allora erano chiamate, erano arrabbiate e il governo, come spesso capita, faceva sfoggio di un decisionismo che decideva soltanto di mostrare i denti e il bastone dei poliziotti. Qualche volta ci scappavano i morti e allora erano guai seri.

Venerdì le Borse hanno preso un'altra scoppola. Leggo sul giornale la cifra delle perdite, specie sulle piazze europee. Non sono tanto i timori sulla consistenza delle banche quanto la paura della recessione che sta dilagando.

Mentre torno a casa dove seguirò il discorso di Veltroni dalla televisione incrocio gli studenti che vengono dall'Università. A giudicare dai cartelli e dagli slogan sono i più arrabbiati di tutti. Umiliati e offesi.
Ma qui, stamattina, tutti quelli che ho incontrato in questo lungo giro per la città mostrano rabbia e orgoglio. Non ho visto differenze di condizione, di foggia, di atteggiamenti. M'è sembrata una massa di popolo che ha deciso di alzarsi in piedi e di muoversi. Rientrare sulla scena, confermare una baldanza, riprendere il posto che le spetta, non farsi abbindolare dai pifferai di qualunque estrazione.

Se fino a ieri c'era nel paese una maggioranza silenziosa che gonfiava le cifre dei sondaggi ogni volta che sentiva pronunciare la frase "tolleranza zero", direi che ora la situazione sta cambiando. I disagi e le paure della crisi mordono ormai la carne viva dei lavoratori, dell'enorme massa del ceto medio, dei vecchi pensionati e dei giovani studenti e precari.
La maggioranza silenziosa si sta sfarinando in una serie di minoranze parlanti e protestanti che hanno bisogno d'una guida capace di unificare i loro diversi interessi lesi in valori comuni. Non si fidano della politica ma, più o meno consapevolmente, chiedono uno sbocco politico che dia rappresentanza alla loro rabbia e la trasformi in concreta proposta.

Molti osservatori si chiedono se la rabbia di piazza sia compatibile col riformismo, ma la risposta viene dalle centinaia di migliaia che occupano le strade di questa giornata e dai milioni che solidarizzano con loro attraverso i teleschermi: la rabbia è la molla che innesca il meccanismo della proposta alternativa, dello sbocco politico e politicamente rappresenta la protesta popolare e la sua partecipazione.

* * *

La proposta economica anzitutto, perché è quella la ferita più crudele nel corpo della società: milioni di famiglie cadute in povertà e milioni di famiglie in pena perché stanno per caderci.

Governi e istituzioni internazionali si sono accorti soltanto ora che la crisi finanziaria e bancaria si sarebbe trasformata inevitabilmente in recessione. Cinque mesi di tempo prezioso sono stati perduti dietro a rimedi fallaci e a colpevoli depistaggi verso falsi obiettivi. Eppure le cause della crisi erano evidenti: una caduta della domanda e per conseguenza un crollo degli investimenti in tutto l'Occidente.

Per cinque mesi sono state perseguite in Europa con opaca testardaggine politiche restrittive mentre era chiaro che sarebbe stato necessario sostenere redditi e consumi e stimolare investimenti. Il taglio degli sprechi è diventato un taglio massiccio della spesa effettuato alla cieca, aprendo la porta alla deflazione.
Quando il prezzo del petrolio crolla in tre mesi da 147 a 65 dollari obbligando i paesi produttori a diminuire la produzione del 20 per cento; quando l'oro dai picchi raggiunti diventa improvvisamente invendibile; quando il valore degli immobili si dimezza mentre i listini delle Borse perdono in un mese il 40 per cento della loro consistenza capitalizzata; quando le assicurazioni e i fondi d'investimento non riescono a far fronte ai premi da pagare e ai riscatti da soddisfare; quando le navi-container restano ferme nei porti per mancanza di clienti e di merci da trasportare; quando la catastrofe dell'economia reale assume queste dimensioni, è chiaro che non siamo in presenza d'una perversa fatalità bensì di gravissimi errori umani commessi per superficialità e imperdonabile dilettantismo, disprezzo degli interessi delle persone e dei ceti sociali, idolatria del mercato ideologizzato, conformismo all'icona del "valore tutto e subito", al vitello d'oro del profitto purchessia.

Il nostro paese non è stato esente da siffatti errori, anzi se ne è fatto baldanzoso sostenitore. In questi ultimi cinque mesi che coincidono con i primi cinque mesi del governo Berlusconi-Tremonti, siamo stati i primi in questa classe di asini. Non i soli ma certo i più convinti e pertinaci, i più iattanti e autoreferenti. Hanno colpito alla cieca interessi e categorie prendendo di mira le opere più necessarie allo sviluppo e i ceti socialmente più deboli.

Emma Marcegaglia, in un soprassalto d'intelligenza suscitato dall'aggravarsi della situazione, interrogata sul disagio nelle scuole causato dalla riforma Gelmini, ha risposto: "Ma quale riforma? Non esiste una riforma, esiste soltanto un decreto di tagli di spesa".
Ha ragione il presidente di Confindustria che non è certo una bolscevica: un decreto di tagli sul tessuto più delicato che vi sia in una qualsiasi società. Riformare la scuola media e superiore, riformare l'Università dopo due o tre tentativi malfatti o non portati a termine è necessario ma la Gelmini non ha proposto alcuna riforma, ha soltanto recepito dal ministro dell'Economia un canestro di tagli che devasteranno la scuola elementare e media.

La risposta al disagio verrà data dalle questure? Noi speriamo che le questure siano più ragionevoli del ministro Gelmini e di chi la sostiene. Qualche segnale in questo senso si è avuto, ma certo la pressione del potere cresce, la tolleranza zero si fa valere. Questa volta non colpirà soltanto gli studenti ma le famiglie che partecipano con i loro figli a questo disastro politico.

* * *

Il momento più emozionante avviene quando nel catino del Circo Massimo arriva la fiumana dei due cortei provenienti dal piazzale Ostiense e da piazza della Repubblica. Le postazioni televisive che seguono l'allegra marcia punteggiata da striscioni e bandiere segnalano che la coda di quel popolo in marcia è ancora ferma nelle due piazze di raccolta, il grosso si snoda come un serpentone gigantesco che sommando i due itinerari supera i quattro chilometri.

Gli organizzatori sono molto prudenti nel valutare la consistenza numerica di quella marea di folla in movimento ma ora azzardano una stima di due milioni. Alla fine arriveranno a due milioni e mezzo valutando non tanto la capienza del Circo Massimo e delle alture che gli stanno intorno quanto le strade adiacenti interamente occupate. Chi segue le dirette televisive ed ha sotto gli occhi la visione panoramica complessiva capisce che quella stima è molto vicina alla realtà.

In mezzo al fragore di questo popolo arrabbiato ma festante, alle cinque Veltroni comincia il suo discorso che durerà quaranta minuti. Dice parole che corrispondono a quelle che il popolo intorno a lui voleva sentire: la rabbia e la ragione, l'ispirazione politica e le proposte concrete, il sentimento dello stare insieme e l'identità di una forza politica che ha cancellato le provenienze storiche e si è immersa nel futuro come suggerisce la frase di Vittorio Foa scritta a grandi lettere sul palco della manifestazione.

Dopo il discorso del Lingotto di Torino, quello di oggi segna la vera nascita del Partito democratico. Sono passati appena cinque mesi dalla sconfitta elettorale, un tempo molto breve per un partito che aveva affrontato le elezioni dopo appena due mesi dall'insediamento del suo nuovo gruppo dirigente.
Chi ha criticato il vertice di questo partito perché in un tempo così breve non ha raggiunto risultati migliori dimostra di non conoscere i meccanismi, i tempi, le difficoltà della nascita politica e organizzativa in una società schiacciata dai disagi del presente e dalla paura del futuro.

Quanto abbiamo visto ieri dà fiducia. Un popolo responsabile, una sinistra nuova e pensante, una visione lucida del bene comune. Un'identità conquistata, la voglia di unità e di partecipazione. La speranza che tra nove giorni vinca Obama.
La partita è aperta. Se sarà continuata fino in fondo con coerenza il risultato di avere un'opposizione ampia e ferma, calma e determinata, sarà un arricchimento di grande valore per l'intera democrazia italiana.

(26 ottobre 2008)

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Comitato Insegnanti-Genitori Scuola G. Falcone

di stefano (24/10/2008 - 20:32)

 

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Polizia negli atenei? Mai detto. Sono i giornali che, come al solito, travisano la realta

di stefano (23/10/2008 - 21:52)

 

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Il testo integrale della lettera del capo dello Stato agli studenti

di stefano (22/10/2008 - 22:00)

''Cari studenti, dottorandi e ricercatori della Sapienza, ho ascoltato e letto con attenzione la lettera che mi avete consegnato e colgo l'occasione per indirizzarvi alcuni chiarimenti e spunti di riflessione. Innanzitutto : penso vi sia chiaro quale ordinamento la Costituzione abbia disegnato per la Repubblica. La nostra è una democrazia parlamentare - simile a quella di quasi tutti gli altri Stati europei - in cui al Capo dello Stato non sono attribuiti poteri esecutivi. Io non debbo dunque ''decidere da che parte stare": non posso stare dalla parte del governo e delle sue scelte, né dalla parte opposta".

"Le politiche relative a qualsiasi campo dell'azione dello Stato vengono definite dal Parlamento - scrive ancora Napolitano -, in seno al quale la maggioranza e l'opposizione sono chiamate al confronto tra le rispettive proposte, che possono configurare soluzioni alternative ai problemi da affrontare. Al presidente della Repubblica non spetta pronunciarsi nel merito dell'una o dell'altra soluzione in discussione, né suggerirne una propria, ma spetta solo richiamarsi ai principi e alle regole della Costituzione".

"Ciò non significa - sia chiaro - che io mi senta estraneo (''abbandonandole a se stesse'', per usare la vostra espressione) alle esigenze della scuola, della ricerca, dell'Universita' - aggiunge il presidente della repubblica -. Al contrario: a queste esigenze, e alle problematiche connesse, ho dedicato, nello svolgimento delle mie attuali funzioni, da più di due anni, la più convinta e appassionata attenzione e iniziativa. E' davvero in giuoco il futuro del Paese : se l'Italia vuole evitare un'emorragia di preziosi giovani talenti, che trovano riconoscimento all'estero, gli investimenti nella ricerca - soprattutto - dovrebbero costituire una priorità, anche nella allocazione delle risorse, pubbliche e private".

"Dico ''dovrebbero'' perché in realtà le scelte pubbliche (e anche quelle del sistema delle imprese) non sembrano riconoscere tale ''priorità'', a cui troppe altre ne vengono affiancate - in particolare quando si discute di legge finanziaria e di bilancio - col risultato che già da anni non ci si attiene ad alcun criterio di priorità e non si persegue un nuovo equilibrio nella distribuzione delle risorse tra i diversi settori di spesa. Di qui le preoccupazioni di fondo che spiegano la vostra ansietà, fatta di gravi incertezze per l'avvenire vostro e della nazione. E' indispensabile che su questi temi non si cristallizzi un clima di pura contrapposizione, ma ci si apra all'ascolto reciproco, a una seria considerazione delle rispettive ragioni".

"Il governo - scrive ancora Napolitano - ha ritenuto necessario e urgente definire, fin dal giugno scorso, sia pure per grandi aggregati, le previsioni di spesa per i prossimi tre anni, al fine di rispettare l'impegno da tempo sottoscritto dall'Italia in sede europea per l'azzeramento del deficit di bilancio e per la graduale, ma netta e costante, riduzione del debito pubblico. Sono certo che anche a voi non sfugge l'importanza strategica di questo obbiettivo, il cui raggiungimento e' condizione per uno sviluppo di politiche pubbliche meno pesantemente condizionato dall'onere del debito via via accumulatosi".

"Tuttavia io auspico: 1) che si creino spazi per un confronto - in sede parlamentare - su come meglio definire e distribuire nel tempo i tagli ritenuti complessivamente indispensabili della spesa pubblica tra i ministeri e i vari programmi, valutando attentamente l'esigenza di salvaguardare livelli adeguati di spesa per la ricerca e la formazione; 2) che a sostegno di questo sforzo, si formulino proposte anche da parte di studenti e docenti, per razionalizzare la spesa ed elevarne la qualità, con particolare riferimento all'Università, dovendosi rimuovere distorsioni, insufficienze e sprechi che nessuno può negare. E ciò sposta il discorso sulla tematica degli ordinamenti e della gestione del sistema universitario: tematica sulla quale e' atteso un confronto tra il governo e gli organismi rappresentativi delle Università''.

"Occorre - conclude Napolitano - che tutte le istituzioni e le forze sociali e culturali si predispongano senza indugio a tale confronto, in termini riflessivi e costruttivi: dando prova, anche voi, responsabilmente, di 'determinazione e intelligenza', come avete scritto a conclusione della vostra lettera''.
(22 ottobre 2008)

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Firma per Roberto Saviano

di stefano (20/10/2008 - 15:22)

la Repubblica.it

L'appello dei premi Nobel
"Lottiamo per Saviano"

 

Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - Gomorra - tradotto e letto in tutto il mondo.

È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.

Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.

Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. È un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.

Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

DARIO FO
MIKHAIL GORBACIOV
GUNTHER GRASS
RITA LEVI MONTALCINI
ORHAN PAMUK
DESMOND TUTU


 

 

(20 ottobre 2008)

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"Occasione perduta?" - Comunicato stampa

di stefano (14/10/2008 - 11:47)

COMUNICATO STAMPA

L'innovazione come molla per il benessere collettivo. Un'Occasione Perduta?

La società dell'informazione e della conoscenza in un paese anormale, tre giorni per una politica, reale, dell'innovazione. 
 
Quando gli shock economici o sociali colpiscono il sistema, il sistema rischia di collassare. Quando sono forti, così come in questi giorni, si comincia a temere che il paese non ce la faccia, che diventi una struttura che implode. Questo paese potrebbe essere il nostro.

 

Nel nostro paese l'innovazione è vista come una technicality, una semplice tecnica, da poter smaltire politicamente con amichevoli pacche sulla spalla.
L'innovazione, nel nostro paese, non è il fattore potenzialmente trainante di una società che, sempre più complessa, articolata, distante, vecchia, non può più esimersi dall'utilizzare la conoscenza per il benessere collettivo.

 

Abbiamo perso un'occasione? O la classe politica può impegnarsi per creare un vero vantaggio competitivo del Paese che vada al di là della buona volontà dei singoli amministratori?
 
Unarete* sotto la regia di Paolo Zocchi, presidente e fondatore e Flavia Marzano, segretario generale e fondatore (www.unarete.org), in collaborazione con Roberto Masiero di IDC (www.idc.com/italy/)," prova a trovare una risposta.

 

Lo fa con "Occasione Perduta? La società dell'informazione e della conoscenza in un paese anormale", da venerdì 17 ottobre 2008 alle 20.00 a domenica 19 ottobre 2008 alle 13.00 presso l'Hotel Granduca di San Giuliano Terme (PI).  Tre giorni per dare voce a chi sull'innovazione ha qualcosa da dire.

 

Tre gli argomenti di discussione, Nuove libertà della Società dell'Informazione e della Conoscenza,  eGovernment e qualità della vita, Fare impresa nell'era della rete,  in un'Italia in cui è necessaria una trasformazione culturale profonda che vada al di là degli accordi e delle spinte in avanti.

 

Perché tutte le questioni, dalla sicurezza dei cittadini alla criminalità diffusa, al decentramento delle funzioni, alla perdita del potere d'acquisto, possono avere una prima soluzione nella coraggiosa decisione di investire in innovazione, non solo tecnologica, per creare un ambiente favorevole allo sviluppo sociale.

 

Saranno presenti molti politici e tutti i più significativi e operativi attori del mondo dell'innovazione tra cui Angelo Raffaele Meo, Walter Tocci, Linda Lanzillotta, con la partecipazione di Franco Bassanini, Andrea Bonaccorsi, Antonello Busetto, Carlo Formenti, Beatrice Magnolfi, Paola Manacorda, Carlo Mochi Sismondi, Luciano Modica, Alessandro Musumeci, Floretta Rolleri, Mirella Schaerf e Renzo Rovaris.

 

Informazioni su http://occasioneperduta.ning.com e per confermare la partecipazione scrivere a occasioneperduta@gmail.com.
Non si tratta di dare solo più spazio all'innovazione, bensì di definirla come una delle priorità dell'azione politica del futuro, scommettendo su quanto potrà dare sviluppo al nostro Paese.

*Unarete è un'associazione nata nel 2000 con l'obiettivo di analizzare i fenomeni legati al digital divide a livello nazionale e internazionale, con antenne in diversi paesi del mondo. Unarete si pone oggi come interlocutore per lo sviluppo della Società dell'informazione e della conoscenza.

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Un'iniziativa contro il decreto di riordino della scuola lanciata con una catena di sms

di stefano (14/10/2008 - 09:00)

SCUOLA & GIOVANI

Un'iniziativa contro il decreto di riordino della scuola lanciata con una catena di sms.
Ma "il presidente non può esercitare ruoli che la Costituzione non gli attribuisce"

Riforma Gelmini, email al Quirinale
Napolitano: 'Non posso intervenire'

ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha diffuso una nota di precisazione in merito agli appelli che, in queste ore, sono giunti al Quirinale per sollecitare il capo dello Stato a non promulgare il decreto di riordino della scuola elementare (ancora all'esame delle Camere), una volta approvato dal Parlamento. E - nel giorno dell'ennesima protesta del mondo delle università - ricorda che "Il presidente della Repubblica non può esercitare ruoli che la Costituzione non gli attribuisce". Il riferimento è anche a una delle iniziative lanciate per contrastare la riforma del ministro dell'Istruzione, ovvero una catena di sms in cui si invita ad andare sul sito internet del Quirinale e poi, cliccando su "posta", a mandare una email a Napolitano "per chiedergli - si legge nell'sms - di non firmare il decreto Gelmini. Se ne arrivano almeno 2000 - è scritto ancora nel messaggino - si può bloccare".

"Giunge in questi giorni al presidente della Repubblica - si legge in una nota del Colle - un gran numero di messaggi con i quali da parte di singoli, e in particolar modo di insegnanti, nonché da parte di talune organizzazioni, gli si chiede di non firmare il decreto legge 137 o, più propriamente, la legge di conversione di tale decreto. Pur nella viva attenzione e comprensione, da parte del presidente, per le motivazioni di tali appelli, si deve rilevare innanzitutto che il Parlamento non ha ancora concluso l'esame del provvedimento in questione".

 "Inoltre - prosegue la nota - secondo la Costituzione italiana, è il governo che si assume la responsabilità del merito delle sue scelte politiche e dei provvedimenti di legge sottoposti al Parlamento, che possono essere contrastati e respinti, o modificati, solo nel parlamento stesso".

"Il capo dello Stato - conclude la nota - non può esercitare ruoli che la Costituzione non gli attribuisce: la stessa facoltà di chiedere alle Camere una nuova deliberazione sulle leggi approvate incontra limiti temporali oggettivi nel caso della conversione di decreti-legge, ed il presidente ha in ogni caso l'obbligo di promulgare le leggi, qualora le stesse siano nuovamente approvate, anche nel medesimo testo".
(13 ottobre 2008)

 

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suoniamo lo.... "sconcerto" alla gelmini

di stefano (09/10/2008 - 22:45)

Continuano le manifestazioni dell'"ottobre caldo" da parte di studenti e genitori. Domani mattina, i ragazzi dell'Unione degli studenti e della Rete degli studenti daranno vita a "manifestazioni in 100 città italiane". I primi "le suoneranno alla Gelmini" con lo "... sconcerto". "Scenderemo in piazza con strumenti musicali e oggetti rumorosi per suonarle al ministro Gelmini in risposta alle sue dichiarazioni. La nostra - dichiara Valentina Giorda - sarà tutta un'altra musica". La Rete degli studenti continuerà a portare in piazza lo spettacolo "balle e pupe" con le "grembiuline". Domani scenderanno in piazza anche gli studenti universitari "che proseguiranno per tutto l'autunno se il ministro Gelmini e il governo non decideranno di ritirare i provvedimenti che stanno cancellando l'università pubblica", dichiara Federica Musetta dell'Unione degli studenti.

(tratto da http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-1/sciopero-deciso/sciopero-deciso.html)

per saperne di più:

http://www.retedeglistudenti.it/news/10-ottobre-2008-studenti-in-piazza-in-tutta-italia

http://www.unionedeglistudenti.it/

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Tornelli ai fannulloni!

di stefano (05/10/2008 - 22:48)

UN GIUDICE

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente,
o la curiosità d'una ragazza irriverente
che vi avvicina solo per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù la più indecente

Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano è una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo

Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami diventai procuratore
per imboccar la strada che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia quindi alla cattedra d'un tribunale
giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male

E allora la mia statura non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi mi diceva "Vostro Onore"
e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio
prima di genuflettermi nell'ora dell'addio
non conoscendo affatto la statura di Dio


Testo: Giuseppe Bentivoglio e Fabrizio De Andrè
 

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Nuove Libertà nella Società dell'Informazione e della Conoscenza

di stefano (05/10/2008 - 20:00)

Nuove Libertà nella Società dell'Informazione e della Conoscenza

Le grandi opportunità offerte dal software libero e dalla libera diffusione della conoscenza - da Linux a Wikipedia, da Open Office ai milioni di documenti, fotografie, filmati, libri pubblicati sotto licenze Creative Commons - sono ormai sotto gli occhi di tutti.
In un paese normale si possono comprendere ritardi e ostilità verso il nuovo e il “diverso” dovuti in parte alla mancanza di conoscenza e competenza e in parte dalla resistenza al cambiamento (sia nei cittadini che nelle imprese e nella pubblica amministrazione); in un qualunque paese la mancanza di prospettive strategiche e innovative aumenta le differenze tra i tecno-ricchi e i tecno-poveri e impedisce crescita, sviluppo e innovazione soprattutto nelle Piccole e Medie Imprese (PMI) e nella Pubblica Amministrazione (PA).... (segue)

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E-government per la qualità della vita

di stefano (05/10/2008 - 19:51)

E-government per la qualità della vita

In un paese normale le grandi opportunità che consentono di competere nello scenario internazionale non vengono sempre sfruttate al meglio; in un paese normale può succedere che alcuni ritardi, dovuti alle situazioni preesistenti e alle specifiche basi di partenza economiche e sociali creino divari non sempre facili da colmare. In un paese normale la mancanza di visione a lungo termine può comportare una situazione di disparità interna, di sviluppo disarmonico, un “lag behind” che alla fine abbraccia tutta la compagine sociale e inficia i fondamentali processi di sviluppo.
In questo l’Italia è un paese normale.

L’anormalità del nostro Paese è però determinata da questioni più sottili che certamente hanno a che fare con i ruoli politici (e di questo se ne è parlato a sufficienza), ma anche e soprattutto con l’incapacità di saper scorgere al proprio interno elementi di eccellenza (e ce ne sono) e nella congenita, antica tendenza a non saper trasformare in orgoglio nazionale, e quindi in modelli condivisi, le buone pratiche e la qualità dei territori, gli sforzi dei singoli, gli investimenti delle imprese, la motivazione dei giovani.
In questo l’Italia è un paese anormale.

La nostra classe politica fa questo mestiere per professione; ed è una professione da cui ci si può licenziare solo volontariamente, almeno per come è concepito attualmente il nostro sistema elettorale. Uno dei risultati di questa anomalia è la difficoltà a trovare un raccordo con quello che avviene nella società, in Italia e all’estero, e a lanciare appelli generici che derivano più da un “sentito dire” che da una relae e matura convinzione. Il continuo ricorso da parte della politica alla parola “innovazione” ha avuto effetti irrisori e non poteva essere diversamente. Nel nostro Paese l’innovazione tecnologica è ancora vista come una materia di studio, una technicality da poter smaltire politicamente con alcune amichevoli pacche sulla spalla e non il fattore potenzialmente trainante di una società che, sempre più complessa, articolata, distante, vecchia, non può più fare a meno di un’iniezione di innovazione tecnologica. Non si tratta di dare solo più spazio all’innovazione tecnologica, bensì di definirla come la priorità principale dell’azione politica del futuro.

L’errore fondamentale, che è anche una coazione a ripetere di entrambe gli schieramenti politici, è aver concepito questo settore come una nicchia che riguardasse solo ed esclusivamente i processi caratteristici della Pubblica Amministrazione. L’innovazione è stata vista come uno strumento conseguente alla semplificazione organizzativa della Pubblica Amministrazione centrale e locale, una sorta di strumento elettronico di produttività che consentisse la modernizzazione di un apparato pubblico sclerotico e conservatore. In questo senso l’impatto che si è avuto sul cittadino, laddove c’è stato, ha riguardato esclusivamente il rapporto con la burocrazia, con i moduli, coi certificati, con le procedure. E-government è diventato sinonimo di informatizzazione della Pubblica Amministrazione, con la conseguente impossibilità a farlo diventare uno strumento che entrasse decisamente, producendo risultati concreti, nella vita quotidiana dei cittadini.

Politicamente, dunque, l’errore fondamentale è stato quello di unificare Funzione Pubblica e Innovazione; un errore che, nonostante spinte in direzione contraria (proposte di istituire una vicepresidenza del Consiglio con delega unica all’Innovazione Tecnologica) ha trovato il suo acme nel programma politico dell’Unione prima delle elezioni del 2006 e nel governo Berlusconi che ha visto al luce nel Maggio 2008.

Infatti ognuno di noi, mediamente, accede alla Pubblica Amministrazione, intesa come complesso di procedure amministrative, al massimo cinque o sei volte all’anno. Un rapporto quantitativamente del tutto insufficiente a far scattare quella molla di interesse e quel volano di innovazione che l’e-government avrebbe dovuto generare. Viceversa il cittadino accede alla Pubblica Amministrazione centrale e locale, intesa come complesso di servizi, più volte al giorno tutti i giorni: cammina in città, usufruisce dei mezzi pubblici, usa le strade, respira aria, attraversa luoghi insicuri, combatte la sua battaglia quotidiana se anziano o disabile, sia esso temporaneo o permanente, consuma energia.

Si capisce, quindi, che l’amministrazione elettronica non può in nessun caso limitarsi all’automazione del front e back office o alla semplificazione, grazie alle nuove tecnologie, dei processi caratteristici dell’amministrazione, bensì deve incidere su tutti quelli aspetti concreti e quotidiani che fanno di una società avanzata una coerente e matura società dell’informazione e della conoscenza. Deve quindi incidere sul modo in cui i cittadini, quotidianamente, interagiscono con il settore pubblico centrale e locale, migliorando la qualità della vita.

Si tratterà, quindi, di liberarsi dalla visione di comodo, buona solo per lasciare spazi ad una tecnocrazia d’accatto, per cui lo sviluppo di sistemi tecnologici e la crescita di una società realmente “informazionale”, sia un fatto accessorio e meramente industriale. Siamo di fronte ad una svolta epocale per la quale sarà possibile in futuro respirare normalmente, spostarsi normalmente, lavorare normalmente: ma bisogna farla finita di considerare persi tutti i treni, bisogna cessare di essere, o magari solo di sentirsi, “anormali”.

Infomobilità, sistemi per il risparmio energetico, sistemi per l’accessibilità, edifici intelligenti, sistemi esperti per la sicurezza dei luoghi, sistemi previsionali: molte di queste cose sono semplici da realizzare e tutte accompagnano il territorio, il comune, la città metropolitana, ma non solo, nella sua ridefinizione come luogo ove poter vivere una vita dignitosa e assistita. E-government dunque, non più solamente come strumento per la modernizzazione dei processi interni della PA, ma come vera e propria leva per migliorare la qualità della vita quotidiana delle persone. E government come filosofia per ridare ai giovani una prospettiva in una quadro sociale che gli appartenga, che venga compreso e percepito come adeguato al loro tempo. E-government come opportunità continua per chi vuole fare impresa partendo da una base di conoscenza (l’Italia è un paese nel quale la ricerca universitaria e quella delle imprese si toccano troppo raramente).

Rimane quindi da capire come queste cose potranno essere attuate in un quadro che vada al di là della buona volontà dei singoli amministratori locali, ma che possa determinare un modello condiviso non solo a parole. E’ necessaria una trasformazione culturale profonda che vada al di là degli accordi e delle spinte in avanti: una rivoluzione che potrà essere possibile solo vedendo i risultati di un processo che va comunque avviato con estrema urgenza. E’ fondamentale che la politica sia la prima a muoversi in questa direzione, facendosi violenza dato che non si tratta né di una breaking news né di un processo di breve periodo, ma scommettendo su una visione, l’unica che potrà dare un futuro al nostro Paese. Tutte le questioni, dalla sicurezza dei cittadini, alla criminalità diffusa, al decentramento delle funzioni, alla perdita del potere d’acquisto, possono avere una prima soluzione nella coraggiosa decisione di investire in nuove tecnologie dell’informazione, nell’ottica di creare un ambiente favorevole allo sviluppo sociale. Solo chi avrà il coraggio di farlo potrà reclamare di aver ridato normalità e direzione alla rotta di una nave, l’Italia, che rischia seriamente di andare alla deriva.

Flavia Marzano

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La tecnologia, da sola, non fa innovazione

di stefano (30/09/2008 - 19:49)

lunedì 29 settembre 2008

Scuola: 70 milioni di euro per l'innovazione

a cura di Marina Mancini

Sei programmi di innovazione per un finanziamento di 70 milioni verranno investiti dai ministeri della PA ed Innovazione e Pubblica Istruzione

Si innova l'ICT della scuola. Ad annunciarlo Luigi Torda, capo Dipartimento del ministero di Brunetta.

Il Ministero della Pubblica Amministrazione ed Innovazione in accordo con il ministero di Mariastella Gelmini, la Pubblica Istruzione ed Universit, sono prossimi ad un'intesa che prevede il lancio di sei programmi di innovazione con un finanziamento di 70 milioni di euro.

Il capo dipartimento dell'Innovazione ha annunciato l'accordo al convegno sulla Unified Communication organizzato da Microsoft Italia.

I sei programmi saranno relativi a nuove modalità di erogazione didattica, allo sviluppo e diffusione dell'e-learning, all'introduzione del registro digitale per la gestione delle presenze e dei voti scolastici degli studenti e per definire la creazione di una rete di 4 mila complessi scolastici italiani che verrà agganciata al sistema di connettività pubblica.

I programmi seguono un accordo gi firmato tra Microsoft ed il ministero della PA che riguarda le scuole del Sud d'Italia. Il progetto di cui vi abbiamo riferito recentemente, prevede la realizzazione di una scuola del futuro con un progetto pilota che partir presso un istituto di Galatina nel leccese.

Il finanziamento di 70 milioni di euro per i programmi di innovazione didattica volto al miglioramento dell'efficienza del sistema scolastico in un momento in cui una grande parte del corpo docente ed amministrativo insieme ai sindacati si ribella alle riforme della Gelmini; di sabato scorso la notizia che Guglielmo Epifani, leader della CGIL, ha annunciato uno sciopero generale del comparto scuola.

Intanto recentemente sul sito del ministero dell'Istruzione stato pubblicato il bilancio 2008 per l'area istruzione.

Quando la spesa per il personale ha una tale incidenza sul bilancio complessivo del Ministero – ha commentato il Ministro Mariastella Gelmini – questo significa che la nostra scuola non ha la capacità, se non si interviene strutturalmente, di rinnovarsi e di guardare con serenità al futuro. un dovere morale verso le nuove generazioni rivedere completamente il sistema scuola in Italia.

Versione originale: http://www.pubblicaamministrazione.net/e-government/news/1248/scuola-70-milioni-di-euro-perlinnovazione.html

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Il segretario del pd scrive a berlusconi

di stefano (23/09/2008 - 17:16)

Alitalia, la lettera di Veltroni

 «Il governo c0nvochi le parti: ci sono 3 strade da percorrere»

 Signor Presidente,
la vicenda Alitalia rischia di giungere rapidamente ad un esito tragico. Le scrivo per rinnovare l'impegno del Partito Democratico a concorrere alla ricerca di una difficilissima soluzione positiva e per chiederLe di assumere immediatamente un'iniziativa volta ad uscire dalla paralisi che si è determinata dopo il ritiro dell'offerta di Cai.

Noi del Partito Democratico abbiamo formulato un giudizio di durissima critica alle scelte da Lei operate - sulla questione di Alitalia - prima nella stagione di governo 2001-2006, poi nel corso dell'ultima campagna elettorale. Oggi tutti lo possono vedere meglio: la soluzione Air France era certamente più solida sul piano industriale e più efficace sul piano delle garanzie sociali. E aveva il merito di inserire, in maniera non subalterna, la compagnia di bandiera all'interno di una grande e consolidata realtà internazionale del trasporto aereo. Non ho dubbi circa il fatto che siano state proprio in quelle settimane le Sue scelte ad alimentare sproporzionate aspettative da parte di alcune delle organizzazioni sindacali.

Ma non Le scrivo per ribadire questi giudizi, purtroppo confermati dall'evoluzione degli eventi di queste ore. Le scrivo per avanzare tre proposte. Parto dal fatto che oggi tutti i protagonisti fondamentali avvertono l'urgenza di un fatto nuovo, ma nessuno sembra in grado o intende muoversi dalla posizione in ultimo assunta. Il Governo - anche agendo tramite l'azionista - può e deve superare questo stallo. Convochi dunque le parti, immediatamente, e determini un fatto nuovo: senza accettare né veti né soluzioni preconfezionate. Di fronte all'incombere del fallimento, il Governo non può dire di avere già fatto tutto quello che poteva, perché non è vero.

Signor Presidente, il tempo è pochissimo. Troppo ne è stato sprecato da marzo ad oggi, fino ad arrivare al limite temporale delle possibilità di sopravvivenza dell'azienda. Tuttavia noi, senza sconti sulle responsabilità politiche di questi anni, faremo quanto è possibile per aiutare tutte le parti a modificare, almeno in parte, le proprie posizioni. Ma il Governo deve favorire con una sua iniziativa urgente il riposizionamento di tutti gli attori.

Ci sono tre strade possibili: 1. che la Cai faccia un passo in avanti verso le posizioni espresse dai sindacati, come le indubbie condizioni di vantaggio ad essa offerte dal decreto del governo consentono e richiedono; 2. che ci si attivi per riprendere i fili di quei negoziati con soggetti esteri, che, da soli o con Cai, potrebbero acquisire, rispondendo al bando tardivamente pubblicato dal commissario, un ruolo rilevante nella salvezza e nello sviluppo di Alitalia. 3. che il commissario, in rappresentanza di Alitalia, e su preciso mandato del Governo, concluda immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati consentendo così poi a Cai e/o a compagnie aeree straniere di acquisire Alitalia, garantendone la sopravvivenza. Il nostro giudizio sulla vicenda della nostra compagnia nazionale è molto severo ma questo non ci impedisce di operare positivamente, come sempre, nell'interesse esclusivo del Paese.

 Walter Veltroni
23 settembre 2008

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